Quel dramma islamico silenzioso chiamato “spose bambine”

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Milano 9 Marzo – Da spose bambine a mogli sottomesse, ed inesistenti. Sono circa 14 milioni all’anno le bambine che vengono sottoposte all’abominio di quello, che, secondo la Shari’a, viene definito “matrimonio“. Famosi e terribili sono i versetti 65:4 del Corano, nei quali si affronta il tema del “matrimonio con femmine in età pre-mestruale”, e che citano Maometto, il profeta, come “modello” di vita;  Maometto, infatti, sposò la figlia del fratello, cioè la nipotina Aisha, quando questa aveva solo sei anni, concedendole la “gentilezza” di aspettare  a consumare il matrimonio quando lei, di anni, ne compì nove.

Ancora oggi, nel 2015, questa pratica odiosa, non ha smesso di essere considerata una tradizione religiosa in molte parti del mondo, prettamente di religione musulmana. Come se servisse ancora una prova ulteriore, del disprezzo per il genere femminile e della totale inesistenza dei diritti al femminile, in questi Paesi. Una bambina, qui, nasce e muore, senza fare rumore. Le si insegna, sin da piccola a vivere in silenzio, a non pretendere nulla; a non ambire a studiare, evolversi mentalmente, a costruirsi una vita autonoma. Ella nasce succube dell’uomo. Prima del padre, poi, del marito.

La piaga delle cosiddette “spose bambine” è da alcuni anni oggetto di ricerche da parte dell’Unicef e delle Nazioni Unite. Il fenomeno però, in Medio Oriente, è difficilmente inquadrabile. La situazione peggiore, secondo l’Icrw (International center of research on women), una organizzazione statunitense, si registra nello Yemen.

Al 15% delle donne in Yemen, la famiglia, trova marito prima dei 15 anni. Il fenomeno è spesso facilitato dalla povertà delle famiglie, che ricevono in cambio del consenso al matrimonio, soldi e beni di prima necessità. L’età delle piccole spose, s’aggira attorno ai sette-otto anni; una età, in cui, nei Paesi civilizzati, le bambine si dilettano con le “Barbie” e non diventano bambole sotto le mani di uno sposo adulto.

Quei corpi infantili, a cui precocemente s’impongono rapporti sessuali, da parte dei mariti-orchi, provocano loro lacerazioni, danni fisici inimmaginabili, spesso la morte. Come nel caso della bambina yemenita, Yamat , di nove anni, morta durante la prima notte di nozze.

Nella maggior parte dei casi, la gravidanza ed il parto, in bambine di età inferiore ai quindici anni, registrano un altissimo tasso di mortalità delle puerpere e del loro bambino. Nella migliore delle ipotesi, ossia in caso di sopravvivenza, frequenti sono viceversa le patologie invalidanti ed ineliminabili, a loro danno (ricordiamo l’estrema povertà ed ignoranza in cui vengono fatte vivere, queste poverette), quali fistole vescico-vaginali o retto-vaginali, a seguito delle lacerazioni prodotte dall’espulsione del feto.

È facile indignarsi di fronte a queste atrocità; meno facile, per taluni, riuscire a prendere una posizione seria e credibile, in tal senso. Il dramma delle spose bambine non viene seriamente condannato né evidenziato, spesso per non apparire “razzisti” o anti-islamici; quasi che l’indignarsi per pratiche a dir poco barbariche, rappresenti , per taluni, mostrarsi irrispettosi verso le religioni altrui.

E questo è il grande imbroglio del nostro tempo. Non prendiamo posizioni nette. Per noialtri, che di battaglie di civiltà ne abbiamo condotte e vinte tante, è naturale continuare a combattere tali oscenità. Il nostro dna libertario e rispettoso dei diritti altrui, ormai, s’è stabilizzato da tempo; ci auspichiamo che, se esiste per davvero un Islam moderato, e non di facciata, si faccia vivo e impari a combattere, illuminando quelle zone di buio profondo e di crudeltà primitive, che per noi, sono lontane anni luce. Fortunatamente.

La domanda a questo punto è una sola: esistono veramente gli islamici progressisti? Esiste un Islam razionale e caritatevole, permeato di spirito umanistico, difensore dei diritti umani, timorato di Dio e rispettoso della vita, democratico, illuminato e moderno? Oppure no, non esiste, e i cosiddetti islamici moderati sono soltanto una finzione propagandistica? Perché ormai non è più tollerabile oltre il continuo silenzio delle comunità musulmane occidentali rispetto ai crimini perpetrati dai fratelli islamici negli Stati orientali e africani. Non è più tollerabile oltre l’omertà che avvolge in modo mafioso i centinaia di centri culturali islamici delle città libere d’Occidente che si guardano bene dal denunciare e condannare certa cultura barbarica in cui vivono molti Stati musulmani.

Ogni giorno, costantemente, vengono pubblicati da fonti umanitarie internazionali resoconti atrocidi ciò che accade nell’islam. Queste notizie sono talmente tante da finire per passare inosservate, sepolte da un’inflazione di tragedie umane. Non passano 24 ore, per esempio, che in Paesi musulmani non venga impiccato qualcuno, minorenni compresi, spesso per crimini insignificanti. Donne e uomini vengono lapidati regolarmente, in pubbliche piazze, con pietre di grandezza sufficiente a far morire di dolore ma senza uccidere all’istante. Poi amputazioni, flagellazioni, istigazioni su ragazzini kamikaze al suicidio e all’omicidio, e di questo tenore tante altre assurdità.

Oggi, però, parliamo di un’altra follia consentita dalle tradizioni primitive islamiche: le spose bambine. È arrivata dallo Yemen la notizia sconvolgente di Nojoud, una bambina di otto anni (sic!) presentatasi da sola in tribunale dicendo di essere stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Secondo le Nazioni Unite nel mondo musulmano ci sono 60 milioni di “spose bambine”, la cui età è inferiore ai 13 anni. Il marito è sempre un uomo molto più anziano, mai incontrato prima, spesso un parente. Nojoud ha chiesto eottenuto il divorzio, ma purtroppo la maggior parte delle altre piccole spose come lei non saranno così fortunate.

L’Icwr ha compilato una “classifica” dei venti Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto, seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La “top 20” è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente. Queste bambine non potranno mai studiare né guadagnare lavorando, sebbene lavoreranno tutta la vita come bestie.

Paola Orrico (L’Intraprendente)

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