Vi prego non chiamatelo dress code, è solo decoro

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Milano 28 Febbraio – Al Tito Livio, a Milano, la Preside ha fatto girare una circolare con cui si proibiscono alle ragazze vestisti troppo corti, magliette traforate ed amenità varie. Ci tiene, la dirigente scolastica, a precisare che lo fa per loro. Che i maschi, al massimo, sono “un po’ trasandati”, ma le ragazze provocano. E che lei non vuol essere puritana, solo imporre un dress code, appunto. Fin qui la notizia. Ma la notizia è un riassunto di questi tempi di decadenza. E non mi riferisco solo al sintomo, alle ragazzine che a quindici anni cercano di dimostrarne trenta, con alle spalle, in taluni casi, più esperienze e più eccessi di un sacco di trentenni. No, quello è secondario e del tutto evidente. Più preoccupante è la totale svalutazione del corpo. E smettiamola di dire che è una cosa che ha a che fare con la cultura consumistica. È qualcosa che ha a che fare con la morte della Morale che, privata di un collegamento metafisico ad una realtà superiore, si è inaridita ed è appassita. Le ragazzine del Tito Livio non stanno contestando nulla e nulla vogliono trasmettere. Nulla possono combattere, perchè il Nulla è il loro padre spirituale. Così cercano di riempirlo come possono, e l’ammirazione, il desiderio dei ragazzini e l’accettazione del branco, son tutte cose che possono andare bene. La guerra, quella contro i divieti e la figura patriarcale, è vinta. Come lo sono loro, loro sono vinte da un mondo che non dà loro nemici, amici, amore o altro che non sia la nera sabbia di un tempo che passa inesorabile ed inutile. Ma fossimo fermi a questo piano di riflessione non ci allontaneremmo molto da Repubblica. No, dobbiamo proseguire. La Preside mi lascia molto perplesso. Innanzitutto, se fai un codice di abbigliamento non shorts1vedo perchè esentarne i maschi. Essere trasandati è un segno di nichilismo tanto quanto. È una mancanza di rispetto meno grave, di certo, ma non sposta di una virgola il problema. Viene, quasi, il sospetto che non si sia centrato il punto. Un altro sospetto è il “lo facciamo per voi, non sapete i pericoli che attirate”. Sì, vero. Ma oltre al branco di maschi famelici, io non sottovaluterei il fatto che questa generazione non ha capito come si sta al mondo. Cara Preside, gli vogliamo insegnare che le istituzioni hanno un rigore formale da non ignorare? Gli vogliamo far vedere come ci si rapporta con dei superiori in grado? Gli facciamo capire cos’è una scala gerarchica? No, perchè queste ragazze e questi ragazzi andranno, prima o poi a fare un colloquio di lavoro. Od un esame universitario. Se non hanno ben presente il contesto quello che li aspetta sarà una clamorosa figuraccia. E nel mondo del lavoro questo si tradurrà in una perdita economica.

Per questo, del dress code magari possono farne a meno, del concetto di decoro no. Il decoro è impalpabile ed andrebbe insegnato in casa. Ma, se proprio non ci si riuscisse, che almeno lo imparino a scuola. Non si richiedono le divise, o la giacca e cravatta, ma sapere che non si viene in bermuda o con scollature da night club è il minimo. Se l’obiettivo della scuola fosse incentrata sull’idea di fornire nozioni utili allo sviluppo professionale dell’alunno. Invece no. Invece si tenta di “educarlo”. Solo che, non avendo nulla su cui ed a cui educarlo (il Nulla si è mangiato pure quello), allora ci si inventa il pericolo. O qualche fantomatico concetto di rispetto di sé, che potrebbe tranquillamente resistere alle scollature ed alle minigonne. Infatti la reazione comune a questo tipo di circolari è un generalizzato ringhio. Sotto traccia. Sotto tono. È una seccatura. Ma dov’è la volontà di lottare? Dov’è la sedizione dei sedici anni? Dov’è il fuoco che arde? Sparito. Divorato. È una massa amorfa, un branco di pecore anarchiche per citare Gervaso. Ma stiamo divagando.

In definitiva, ci si aspetterebbe che la scuola preparasse i ragazzi a stare al mondo. Invece, come sempre, vediamo approcci radical chic fuori tempo massimo, per di più impegnati a chiudere stalle i cui cavalli loro stessi hanno mandato a correre giù dal burrone.

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