Ddl Cirinnà: divorzio, assegni, cognome, come un matrimonio tradizionale

Economia e Politica

Milano 31 Gennaio – Sulla carta è l’unione fra due partner dello stesso sesso, in realtà è lo sposalizio fra due uomini o due donne.

Si scrive unione civile, si legge matrimonio. Basta leggere il testo del cosiddetto disegno di legge Cirinnà per accorgersi che dietro il velo dell’ipocrisia si nasconde una replica, meglio una clonazione, dell’istituto più antico del mondo. L’unione civile ripropone infatti, al di là delle schermaglie e delle polemiche di queste settimane, quasi tutti i punti chiave del matrimonio. Così, zigzagando in ordine sparso, ecco che sin dall’inizio la coppia prende il cognome di uno dei due contraenti. E poi ancora, in caso malaugurato di rottura, ecco la separazione e il divorzio. Esattamente come nel matrimonio, chiamiamolo così, tradizionale. Con tanto di assegno di mantenimento e obblighi vari verso l’ormai ex.caliendo-Giacomo_foto-slide_2«Hanno fatto il copia e incolla del matrimonio fra due persone di sesso diverso – spiega Giacomo Caliendo, ex magistrato e oggi senatore di Forza Italia che si appresta a dare battaglia in Aula sul tema – non si sono preoccupati nemmeno di riscrivere le leggi, ma se si guarda con attenzione si troverà una cascata di norme prese di peso dal codice civile e riferibili al matrimonio».Attenzione: stiamo parlando di unioni fra partner dello stesso sesso, perché le unioni eterosessuali sono invece regolate in tutt’altro modo e la distanza dal vincolo è assai più marcata. La musica cambia quando si affronta il capitolo delle relazioni fra due uomini o due donne. La Corte costituzionale nel 2010 aveva alzato un muro invalicabile spiegando che il matrimonio nel nostro Paese deve unire un maschio e una femmina. E infatti a parole sono tutti d’accordo, o quasi: le coppie omosessuali danno vita ad una formazione sociale, regolata dall’articolo 29 della Costituzione. Solo che le formazioni sociali sono caratterizzate dalla libertà assoluta: si entra e si esce dalle porte girevoli dell’interesse, della convenienza, della situazione di quel momento.Peccato che per le unioni omosessuali il matrimonio, cacciato dalla finestra del vocabolario rientri poi con una successione stringente ad articoli che ne succhiano l’essenza. Questo sin dall’inizio, dall’articolo 2 comma 1: «Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale dello stato civile e alla presenza di due testimoni». Siamo alla stessa latitudine del matrimonio tradizionale: mancano solo i confetti. «Le unioni civili che sono formazioni sociali si basano sul principio della libertà – obietta Caliendo -: libertà d’ingresso e di uscita. Quindi per scioglierle dovrebbe bastare una dichiarazione anagrafica». Ma così non è. E lo si capisce dai dettagli: al comma 6 si scopre che le «parti possono stabilire di assumere un cognome comune scegliendolo fra i loro cognomi».Non solo, all’articolo 3 scattano i doveri: «Dall’unione deriva l’obbligo alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione». Siamo nello stesso perimetro del matrimonio, anche se formalmente parliamo di una formazione sociale. Ma i rimandi al «vecchio» sono incessanti, la parola coniuge viene riproposta con ritmi martellanti, solo sagomandola sulle esigenze della nuova relazione.L’articolo 6 introduce la separazione e il divorzio e allora diventa evidente il paradosso: ci può essere un divorzio se prima non c’è stato un matrimonio? Insomma, per dirla con Oscar Wilde il matrimonio è la principale causa del divorzio. Ma sì, sarà un’unione ma mette infila tutti o quasi i diritti degli sposi: da quelli di successione alla pensione di reversibilità. E dove quel diritto non c’è, vedi l’adozione, è in corso la battaglia finale per compiere anche quell’ultimo passo. Con un potenziale pasticcio che riguarda gli stranieri: sono chiamati, per analogia col matrimonio, a certificare che «nulla osta» alla nuova relazione. Perfetto, ma dove qualcosa di equivalente ai Pacs o ai Dico o come li si voglia chiamare non esiste, che si fa? Ancora una volta ci si aggrappa allo sposalizio tradizionale. Col rischio di equivoci o peggio truffe con variazioni sul tema.

Stefano Zurlo (Il Giornale)

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