Caro Renzi, la favola non incanta più. E’ il momento della verità

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Milano 17 Dicembre – Non fidatevi di chi dice il contrario, quando si rompe un’illusione il primo a farsi male è chi l’ha creata. Per questo è comprensibile l’irritazione esternata dal premier in questi giorni. Si è infranta la sua favola. Hai voglia a gridare contro il giustizialismo, contro l’ostilità dei giornali (lui che quotidianamente beneficia di uomini plaudenti in ogni dove). Hai voglia a sbandierare l’immagine tutta lustrini di una Leopolda che non funziona più, o per dirla con il nostro Crespi che ha le sembianze di un performance di Scientology. La favola si è strappata. C’era una volta quel gruppo di giovani toscani, agguerriti e irriverenti, senza complessi verso nessuno, né anagrafici né politici. Ora la maschera si è sciolta disvelando la realtà di un sottopotere bancario affaristico sostenuto da solidi intrecci. Parentele e società che portano, come un puzzle, a delineare i profili apicali di questo governo e di Banca Etruria. Il padre del ministro Boschi già vice presidente, il fratello dipendente, lei stessa azionista. E poi il collegamento di società che, come un filo d’Arianna, conducono i genitori di Matteo Renzi al presidente dell’Istituto. C’è un punto di non ritorno per raggiungere il quale non è necessario un avviso di garanzia, è quell’«opportunità politica» che troppe volte Renzi ha evocato per togliersi di torno amici diventati ingombranti o nemici altrimenti pericolosi. Un’opportunità politica applicabile a maggior ragione a chi, come Renzi, si era presentato immacolato e così diverso dagli altri.

A chi, pur con tutti i maquillage del caso, proviene da un’area politica che per vent’anni ha rivoltato l’humus moralistico e giustizialista di una parte del Paese contro Berlusconi, del quale è stato persino radiografata la camera da letto, a cui è stato applicato con rigore dogmatico il principio del «non poteva non sapere». Ecco, per tutto questo, Renzi e i suoi non possono concedere nulla a loro stessi. Specie di fronte a parole come quelle pronunciate da Maria Elena Boschi quando era dall’altra parte della barricata, quella della giovane protagonista della politica in procinto di tante cose, e alla gogna c’era Anna Maria Cancellieri, ai tempi del governo Letta. «Al suo posto mi sarei dimessa», disse la Boschi. «Il punto vero è – osservò l’allora deputata in ascesa – che in gioco c’è la fiducia nelle istituzioni». Con prese di posizione così, peraltro tenute anche da Renzi in altre occasioni, non c’è molto da ragionare. E più che accusare Salvini di odio come fa Renzi, più che menare il can per l’aia con l’arroganza di chi accampa ad una lesa maestà, sarebbe opportuna una grande operazione di verità. Parlando chiaro al Paese di questa Wall Street in salsa aretina. Di questo coagulo di famiglie, affari e amici che presumibilmente ha tratto giovamento da alcune scelte del governo, vedere ai movimenti speculativi in prossimità del provvedimento sulle banche popolari. È doveroso farlo, specie quando si ha raggiunto il potere senza passare per il voto. Specie quando in ballo, in questo momento, c’è la dignità economica e personale di oltre centomila risparmiatori. Ha scritto un libro, Renzi, che si chiama «Stil Novo». Dimostri che non è solo un titolo copiato da una storia gloriosa ma una filosofia di esistenza politica. Altrimenti scatta la condanna peggiore, comminata dal tribunale dei fatti: l’ignominia.

Gian Marco Chiocci (Il Tempo)

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