L’Invidia, il voto e il Dio che ha fallito

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Milano 3 Dicembre – Ieri mattina ho visto un interessante post di uno dei giornalisti Britannici che stimo maggiormente Matthew Sinclair. Era un sondaggio che riguarda la percezione della gente. In sostanza si chiedeva: quanto possiede di ricchezza nazionale l’1% più ricco della popolazione? I risultati sono davvero sconvolgenti. In Inghilterra, ad esempio i cittadini di media dicevano il 59% della ricchezza. Quasi i due terzi concentrati nelle mani dell’1%. In verità è il 23%. Quasi un terzo dell’ipotizzato. Non un 10% di errore. Ed è la stessa percentuale posseduta dalla medesima fetta di popolazione in Italia. Dove ci accontentiamo di ipotizzare un 46. Perchè questo è rilevante? Perchè la gente vota. E se è convinta che l’1% possiede il 60% della tua ricchezza farà scelte sbagliate. Sarà vulnerabile. Sarà suggestionabile. Crederà a qualunque cosa il Grillo di turno vorrà far loro credere. Per esempio, ne butto là una, che tutti potrebbero vivere senza lavorare, se solo quegli stramaledetti ricchi pagassero in base a quanto ricchezza-disuguaglianzapossiedono. Appellarsi all’invidia sociale è un antico vizio dei movimenti populistici. I quali hanno tanto successo e fanno tanti danni proprio per questo. Perché riescono a scavare nell’animo della maggioranza della popolazione una fossa profonda. Poi chiamano questa fossa “diritti negati”. Infine si fanno eleggere sulla base della banale considerazione che, per riempirla, bisogna togliere a chi ha troppo. Il meccanismo è arcinoto e ha patrocinato gli stermini più disumani del 900 da quelli Bolscevichi a quelli nazisti. Inoltre, questa mentalità, è anche la nemica giurata dello Stato Liberale, perché lo mina alla base. Come? Crea i presupposti per eliminare la sacralità della proprietà (è ingiusto che pochi possiedano tanto), della libertà individuale (non deve essere consentito spostare i capitali e le persone) ed infine dei diritti civili e politici. Questo meccanismo è speculare a ciò che facevano nobili e clero durante il periodo degli stati assoluti. Il sovrano, quando aveva fame, allungava la man e derubava i ceti produttivi. I quali, per difendersi, elaborarono le prime Costituzioni. Che funzionarono. Purtroppo, ad oggi, non si è trovato un metodo altrettanto efficace per difendersi dai medesimi appetiti che provengono dal popolo.

Qui entra in gioco il Dio che ha fallito, la Democrazia nella definizione di Rothbard. La Democrazia doveva difendere il produttore dalla tirannia. Il problema è che non è mai stata pensata, alle origini, in congiunzione col suffragio universale. L’abbinamento dei due istituti si è rivelato di difficilissima gestione. Guardate l’Italia: a 7,5 milioni di produttori di ricchezza rispondono 40 e passa milioni di spenditori di ricchezza. Questo porta ad avere tasse che continuano ad aumentare per mantenere intatti i livelli di spesa. Visto che chi spende può facilmente umiliare chi produce a nessuno conviene tagliare tasse e spesa. Soprattutto se si possono proporre impunemente Eden onirici motivati da Infernali invidie sociali. Il liberalismo non fa per la nostra nazione, purtroppo. Ma il problema è più diffuso. Corbyn, in Inghilterra, ha vinto la corsa alla segreteria del Labour esattamente su questi presupposti. Bernie Sanders è l’unico rivale serio di Hillary Clinton, negli Usa, ed anche lui vuol bastonare questa misteriosa minoranza che controlla la ricchezza della nazione.

La soluzione? Non c’è. O meglio, non esiste se la propria Costituzione è la migliore del mondo, ma ci mette 41 articoli prima di tutelare la proprietà privata ed è interpretata da una casta di commis d’Etat che rifiutano ogni buon senso. Possiamo solo sperare che peggiori un po’. Magari, diventando meno ultraterrena sarà anche correggibile. Chi vivrà, vedrà.

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