Quattordici regioni sono fuorilegge: un italiano su tre beve acqua sporca

Scienza e Salute

Milano 18 Ottobre – Gli antichi romani sì che ci sapevano fare. L’acquedotto dell’Acqua Vergine, inaugurato nel 19 avanti Cristo da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, alimenta ancora la fontana di Trevi per la gioia di tre milioni di turisti ogni anno. Venti secoli di onorato servizio non sono un miracolo, ma il frutto di costante manutenzione: da Tiberio nel 37 dopo Cristo a Claudio e Teodorico, fino a Papa Adriano nel Medioevo. Per la stessa ragione la cloaca maxima, realizzata da Tarquinio il Superbo nel VII secolo a.C., è l’unica opera idraulica del mondo antico ancora funzionante. Immeritata eredità, per un’Italia che maltratta la sua acqua e il suo territorio, pagando un prezzo altissimo. Non più solo ambientale e sanitario, ma anche finanziario.

 Tutto in mare 

Diversi quartieri di Catania, nonché le città limitrofe, non sono allacciati al depuratore. Le fogne scaricano in mare. D’estate, per evitare bagni nei liquami, i collettori vengono tappati con sacchi di sabbia e disperdono nel sottosuolo. D’inverno, quando ci sono nubifragi, l’acqua si convoglia lungo via Etna, il salotto cittadino che si trasforma in un torrente furioso, trascinando in mare anche le auto. In Sicilia, il 60% della popolazione scarica in mare. Da anni sono disponibili 1,1 miliardi di euro per i depuratori, ma su 94 cantieri previsti ne sono stati aperti solo tre. È la situazione più grave, non l’unica. In Italia ci sono 3,5 miliardi stanziati negli ultimi quindici anni e mai spesi. E l’Authority calcola che solo il 55% delle opere necessarie e pianificate è stato realizzato. Cause: ricorsi giudiziari, errori progettuali, conflitti politici, inedia burocratica, incapacità, ruberie. Conseguenze: un terzo dell’Italia vive con un sistema idrico fuorilegge. Depuratori inesistenti, inadeguati, insufficienti. Liquami in mare, nelle falde acquifere che ci dissetano, nella terra che ci nutre. L’Unione europea si è stufata di concederci proroghe e all’inizio del 2016 scatteranno le sanzioni fino a 500 milioni l’anno.

Norme e illegalità

«Ce lo chiede l’Europa» e non da oggi, di restituire alla natura acqua pulita come quella che prendiamo. È del 1991 la prima direttiva. L’Italia l’ha ignorata per otto anni. Ed è del 2000 la direttiva che impone di raggiungere un buono stato delle acque entro il 2015. Quindici anni non ci sono bastati. L’Italia ha subìto la prima condanna nel 2012 e la seconda nel 2014. La terza e più pesante arriverà prossimamente. Siamo già in mora, è questione di mesi. Bisognerà pagare subito 200 milioni, ma il conto può sfiorare i 500 milioni l’anno. La cosa che fa più rabbia è che nell’ultimo decennio politici, amministrazioni pubbliche e burocrazie assortite non sono riuscite a spendere pacchi di miliardi per evitare quelle sanzioni. Solo nei paesi ex sovietici si riscontrano arretratezze analoghe a quelle italiane.

Un sistema marcio

Chi deve organizzare il servizio idrico? Prima lo facevano i Comuni, ciascuno per conto proprio, ma così il sistema è inefficiente. Non si può fare un depuratore per 550 abitanti. Dal 1994 la legge obbliga le Regioni a dividere il territorio in Ambiti Territoriali Ottimali (Ato) con caratteristiche omogenee. Ogni Ato, formato dai Comuni della zona, si rivolge a un gestore unico che organizza tutto il servizio idrico, dalla fonte al depuratore. Per questo riscuote dai cittadini la tariffa, che incorpora gli investimenti per la manutenzione. Per le opere straordinarie ci sono finanziamenti statali. Non è difficile: funziona così in tutta Europa. E anche in Italia, dove è stato fatto. Ma pochi l’hanno fatto. Ci sono ancora 2500 gestori, ne basterebbero meno di cento. Le condanne europee riguardano Abruzzo, Calabria, Campania, Friuli Venezia-Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Valle d’Aosta e Veneto: quattordici regioni su venti. E 2500 Comuni su circa ottomila, tra cui capoluoghi come Trieste, Imperia, Napoli, Reggio Calabria, Agrigento, Messina e Ragusa e località turistiche come Capri, Ischia, Rapallo, Santa Margherita ligure, Porto Cesareo, Soverato, Cefalù e Giardini Naxos. Non rispettano le regole 175 Comuni in Sicilia, 130 in Calabria, 128 in Lombardia e 125 in Campania.

Fanalino di coda

Nei giorni scorsi, dati inequivocabili sono stati presentati a Milano durante il Festival dell’Acqua. In Europa per il sistema idrico si investono in media 50 euro ad abitante ogni anno. In Francia 88, in Olanda e in Inghilterra 100, in Danimarca 126. In Italia 34 euro, i Comuni peggiori meno della metà. Terzo mondo. Non a caso i nostri acquedotti perdono oltre il 30 per cento (il 50 nel Mezzogiorno), contro il 21 della Francia, il 15 della Gran Bretagna e il 6,5 della Germania. Un anno fa, il dossier «acqua pulita» è stato preso in carico da Italia Sicura, la task force installata a Palazzo Chigi. La ricognizione degli esperti ha svelato un quadro disastroso. Non solo all’acqua, primario elemento vitale («L’acqua è democrazia», diceva Nelson Mandela), dedichiamo pochi quattrini. Ma nemmeno li spendiamo. Su 12 miliardi di finanziamenti stanziati negli ultimi quindici anni, ce ne sono 3,5 non spesi. Gran parte – 2,8 miliardi – nel Sud che più avrebbe bisogno delle opere. Ora partono i commissariamenti degli enti inadempienti.

Nella siciliana Acireale come nel Tigullio ligure litigano da anni per decidere dove costruire il depuratore. La Calabria è piena di lunari appalti con il project financing, naufragati tra buchi finanziari e scartoffie di un certo interesse per le Procure. Solo in provincia di Catania ci sono 40 gestori, anziché uno, a spartirsi centinaia di milioni. Cantieri aperti: zero. Ma che importa: anche la prossima estate tutti al mare, illudendosi che sia pulito.

Giuseppe Salvalaggio (La Stampa)

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