A Palazzo Reale la mostra “La Grande Madre” fino al 15 Novembre

Cultura e spettacolo

Milano 28 Agosto – La Grande Madre analizza l’iconografia e la rappresentazione della maternità nell’arte del Novecento, dalle avanguardie sino ai nostri giorni.Evento di punta dell’autunno di ExpoinCittà, realizzato per portare l’arte contemporanea nel più importante spazio espositivo di Milano, le sale di Palazzo Reale, sarà visitabile  fino al 15 novembre 2015

Dalle veneri paleolitiche alle “cattive ragazze“ del post-femminismo, passando per la tradizione millenaria della pittura religiosa con le sue innumerevoli scene di maternità, la storia dell’arte e della cultura hanno spesso posto al centro la figura della madre, a volte assunta a simbolo della creatività e metafora della definizione stessa di arte. La madre e la versione più familiare di “mamma” sono anche stereotipi legati all’immagine dell’Italia.

E’ una mostra sul potere della donna, su quello generativo e creativo della madre, su quello negato e su quello conquistato nel corso del Novecento. Partendo dalla rappresentazione della maternità, l’esposizione passa in rassegna un secolo di scontri e lotte tra emancipazione e tradizione, raccontando le trasformazioni della sessualità, dei generi, della percezione del corpo e dei suoi desideri.

Concepita come museo temporaneo in cui si combinano storia dell’arte e cultura visiva, la mostra ricostruisce una narrazione trasversale del ventesimo secolo, esplorando i miti e i cliché del femminile, dando vita a una riflessione sulla figura della donna come soggetto e oggetto della rappresentazione.

L’esposizione si apre con l’archivio di Olga Fröbe-Kapteyn che dagli anni Trenta ha raccolto immagini di idoli femminili, madri, matrone, veneri e divinità preistoriche confluite in una vasta collezione iconografica a cui hanno attinto Carl Gustav Jung, Erich Neumann, psicologi e antropologi impegnati nelle ricerche sull’archetipo della grande madre e sulle culture matriarcali.

Qualche decennio prima gli scritti di Sigmund Freud e le sue osservazioni sul complesso di Edipo avevano trasformato i rapporti familiari e le relazioni tra madri e figli in un dramma di desideri sessuali e tensioni represse che avrebbero segnato l’intero Novecento che troviamo trasfigurate nei disegni e nelle incisioni di Alfred Kubin ed Edvard Munch. Nelle prime sale si alternano visioni allucinate all’immagine didascalica della maternità divulgata a fine Ottocento attraverso le fotografie di Gertrude Käsebier e i film della prima regista cinematografica Alice Guy-Blaché.

Un’importante sezione è incentrata sulla partecipazione femminile alle avanguardie storiche e ai movimenti futurista, dadaista e surrealista per evidenziare gli aspetti contrastanti della modernità, analizzando le radicali trasformazioni dei ruoli sessuali che hanno accompagnato i cambiamenti economici e sociali di inizio Novecento. Lo studio della posizione della donna all’interno del Futurismo – opere di Benedetta, Umberto Boccioni, Giannina Censi, Valentine De Saint-Point, Mina Loy, Filippo Tommaso Marinetti, Marisa Mori, Regina, Rosa Rosà– rivela lo scontro tra energie riformatrici e forze repressive nell’Italia di inizio Novecento.

Le sale dedicate al Dadaismo raccontano la nascita del mito della donna meccanica e automatica – “la figlia nata senza madre” come la battezzò Francis Picabia – collocandola nel panorama sociale in rapidissimo mutamento degli anni Dieci e Venti, in Europa e in America. Passando dalle macchine celibi di Marcel Duchamp, Picabia e Man Ray, alle bambole meccaniche di Sophie Taeuber-Arp, Emmy Hennings e Hannah Höch, fino alle performance irriverenti della Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, la mostra descrive le relazioni pericolose che si intrecciarono tra biologia, meccanica e desiderio.

Il culto della donna nel Surrealismo è analizzato attraverso la presentazione di cinquanta collage originali da La donna 100 teste di Max Ernst, esposti accanto a opere e documenti di André Breton, Hans Bellmer, Salvador Dalí e altri. Esplorando le implicazioni estetiche ed etiche della fascinazione surrealista nei confronti del femminile, la mostra porta in primo piano le opere di artiste che abbracciarono o rifiutarono la retorica del Surrealismo, all’interno del quale trovarono strumenti per l’emancipazione femminile, ma anche stereotipi sessuali. Questa sezione include capolavori e opere celebri di Leonora Carrington, Frida Kahlo, Dora Maar, Lee Miller, Meret Oppenheim, Dorothea Tanning, Remedios Varo, Unica Zürn e altre artiste dell’epoca, la cui fama è stata a lungo oscurata da quella dei loro colleghi uomini.

Le opere sono intrecciate a una selezione di scene madri del cinema muto e a documenti sulla politica delle nascite nel fascismo, a loro volta affiancati a immagini di madri addolorate e orgogliose eroine del cinema neo-realista. In questo album di famiglia corale, l’immagine della madre si sovrappone spesso all’idea di nazione e stato, creando associazioni tra corpi e patria.

La seconda parte della mostra ha come epicentro una selezione di opere di Louise Bourgeois che assimila l’influenza del Surrealismo e la trasforma mescolandola con riferimenti a culture arcaiche per creare una mitologia individuale di straordinaria forza simbolica.

Molte artiste degli anni Sessanta e Settanta – tra cui Magdalena Abakanowicz, Ida Applebroog, Lynda Benglis, Judy Chicago, Eva Hesse, Dorothy Iannone, Yayoi Kusama, Anna Maria Maiolino, Ana Mendieta, Marisa Merz, Annette Messager – creano un nuovo vocabolario di forme in cui abbondano riferimenti biologici con i quali rivendicano la centralità del corpo femminile, spesso associandolo alle forze della natura e della terra.

Negli stessi anni – ai quali corrispondono le rivendicazioni dei movimenti femministi – artiste come Carla Accardi, Joan Jonas, Mary Kelly, Yoko Ono, Martha Rosler, descrivono lo spazio domestico come luogo di tensioni e soprusi, rimettendo in discussione la divisione del lavoro e dei ruoli sessuali negli ambienti della casa e della famiglia.

Gerarchie e rapporti di potere sono messi in crisi anche nelle opere di Sherrie Levine, Lee Lozano e Elaine Sturtevant che si oppongono alle tradizionali modalità di produzione e riproduzione. Attraverso copie e repliche o rifiutandosi del tutto di creare ex novo, queste artiste immaginano nuovi modelli di proprietà e forme di possesso che si sottraggono all’autorità patriarcale.

Attraverso l’accostamento di immagini e collage, Barbara Kruger, Ketty La Rocca, Suzanne Santoro intraprendono una guerriglia semiotica che critica gli slogan e i messaggi dei media e decostruisce l’immagine della donna e della madre creata dai mezzi di comunicazione di massa.

Le opere di artiste come Katharina Fritsch, Cindy Sherman, Rosemarie Trockel, attive dagli anni Ottanta, mescolano generi e riferimenti iconografici al tema della maternità, della pittura e scultura religiose.

Negli anni Novanta emergono artiste la cui opera è segnata da un’aggressiva semplicità. In una serie ormai leggendaria Rineke Dijkstra ritrae madri e figli a poche ore dal parto. Sarah Lucas compone sculture e bricolage dalle forme maschili e femminili. Catherine Opie documenta la vita e i desideri delle comunità gay e sadomaso di Los Angeles. Mentre pittrici come Marlene Dumas e Nicole Eisenman rappresentano la maternità come croce e delizia, liberazione e condanna.

Pipilotti Rist mescola pittura barocca e videoclip in un’opera inedita che trasforma il soffitto di una sala di Palazzo Reale in un affresco elettronico, Rachel Harrison documenta le apparizioni della Madonna in un sobborgo della provincia americana.

Dalle opere di Nathalie Djurberg, Robert Gober, Keith Edmier, Kiki Smith, Gillian Wearing emerge una sensibilità post-umana in cui tecnologia e biologia aprono prospettive inedite attraverso le quali superare le vecchie distinzioni di genere. Arricchiscono il percorso installazioni di Jeff Koons, Thomas Schütte, Nari Ward e opere di rilievo di Thomas Bayrle, Constantin Brancusi, Maurizio Cattelan, Lucio Fontana, Kara Walker. Nel suo celebre video Grosse Fatigue, vincitore del Leone d’Argento all’ultima Biennale di Venezia, Camille Henrot analizza i miti di creazione e la genesi dell’universo, raccontando così la nascita della Madre Terra.

Uno straordinario ciclo fotografico di Lennart Nilsson – il primo ad avere fotografato un feto in endoscopia in vivo – rappresenta la maternità in maniera iperrealista, trasformandola in uno spettacolo al limite della fantascienza.

Tra le opere più recenti la prima presentazione in Italia della celebre serie di ritratti delle Brown Sisters, realizzata da Nicholas Nixon scattando ogni anno per quarant’anni il ritratto di gruppo delle sorelle Brown.

Dalle opere in mostra emerge un’immagine della madre come proiezione di desideri, ansie, aspirazioni individuali e collettive, maschili e femminili; un’immagine complessa e potente.

Completa il percorso espositivo, in anteprima italiana, la performance Teaching to walk di Roman Ondák dedicata a un istante imprevedibile: i primi passi di un bambino. Sino al 15 novembre, ogni giorno una mamma e suo figlio saranno invitati a imparare a camminare nelle sale della mostra. Per prendere parte alla performance, la Fondazione Nicola Trussardi ha aperto un casting (informazioni e prenotazioni al numero telefonico 02 8068821, press@fondazionenicolatrussardi.com).

All’opera si ispira anche l’Instagram Call #TeachingToWalk: un invito a condividere i propri primi passi o quelli di chi amiamo per realizzare un grande album collettivo.

L’esposizione è stata anticipata dal progetto di Yoko Ono #MyMommyIsBeautiful, lanciato lo scorso 10 maggio per celebrare le mamme sul web e sui social network.

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