La parabola discendente del sindacato sconfessato dalla politica e snobbato in fabbrica

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Milano 21 Agosto – In tempi non sospetti il sociologo Aris Accornero scrisse un testo dal titolo evocativo, «La parabola del sindacato», nel quale, con grande intuito, delineava l’ascesi e il declino di una cultura che agli inizi degli anni Novanta era comunque ancora forte e dominante. A distanza di trent’anni lo scenario delineato da Accornero che a suo tempo scatenò un vespaio di polemiche e il risentito attacco dei sindacati, acquista un significato profetico. Mai come in questo momento le rappresentanze dei lavoratori appaiono in crisi, vittime di scandali (aumenti furbeschi di stipendi alla vigilia della pensione per assicurarsi una rendita più sostanziosa) e soggette a un ridimensionamento del consenso presso la categoria che dovrebbero difendere oltre che a una perdita di peso politico nelle discussioni sui temi di loro pertinenza.

Un rapporto interno alla Cgil ha certificato quello che da tempo in molti, tra sociologi e esperti del lavoro, avevano già intuito: i lavoratori soprattutto i giovani non credono più nel sindacato che è diventato la casa dei pensionati. La Cgil, la maggiore rappresentanza italiana, ha perso ben 700 mila tessere, un calo del 13%. L’emorragia interessa i giovani e i precari, proprio quelle categorie che dovrebbero avere nel sindacato un punto di riferimento. In crescita invece il peso dei pensionati, anche se questo bacino si sta asciugando. Significativa la scarsa presenza tra gli iscritti dei disoccupati. Su oltre 5 milioni di aderenti, nel 2014 solo 15.362 erano i senza lavoro (e sono 8mila oggi). Insomma, ne esce fuori un quadro a tinte fosche: incapacità di entrare in contatto con i più giovani, gli stessi piagati dalla miriade di contratti precari; irrilevanza nel mondo di chi il lavoro per ora se lo sogna. Sono anni difficili per il sindacato, sotto ogni punto di vista. L’indice gradimento dell’istituzione in sé è ai minimi storici e l’attacco più forte in questi ultimi mesi è arrivato da dove uno meno se l’aspetta, cioè la nuova dirigenza del Pd.

La spallata forte l’ha data il premier Matteo Renzi che appena insediato ha fatto capire di poter andare avanti e prendere decisioni importanti su materie tradizionalmente di interesse sindacale, senza interagire con Cgil, Cisl e Uil. Addio alle riunioni fiume a Palazzo Chigi che facevano parte del rituale di ogni Finanziaria. Da quando Renzi si è insediato i sindacati devono accontentarsi di apprendere le decisioni dal Tg.

Non solo con il governo. Perdono smalto anche nelle fabbriche. Il caso Electrolux è stato emblematico. Oltre cento lavoratori si sono presentati in fabbrica a Ferragosto per rispondere a una richiesta di aumento della produttività dell’azienda. Un’azienda che ha rischiato di dover chiudere e che ha chiesto ai suoi dipendenti un sacrificio. A questo appello i lavoratori hanno risposto con responsabilità sfidando la Fiom, il sindacato Cgil dei metalmeccanici, che, sentendosi scavalcato, ha starnazzato fuori dai cancelli contro quella che riteneva una indebita decisione.

Non è un caso isolato. L’ad della Fiat Marchionne si è trovato a dover fare i conti con Landini per far passare un piano che avrebbe risollevato le sorti di Melfi e Pomigliano.

Niente da stupirsi, in questa crisi di peso, se poi un partito politico, la Lega di Salvini, si appropria della principale arma rivendicativa del sindacato, lo sciopero. Nessuno fino a qualche anno fa avrebbe osato fare tanto. Ora appare più che normale. La crisi ha cambiato le priorità e avrebbe dovuto anche cambiare il modo di fare sindacato.

Laura Della Pasqua (Il Tempo)

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