Il degrado di Milano. In via Fava lo stabile occupato da drogati e immigrati, nell’indifferenza del Comune

Milano Società

Milano 26 Giugno – Riportiamo il reportage di Giuseppe De Lorenzo su ‘Il Giornale’ perché descrive una situazione emblematica in una Milano abbandonata a se stessa e ai suoi problemi, da una Giunta sempre più lontana e assente: “Siamo prigionieri in casa nostra”. È un grido, l’ennesimo, quello dei cittadini milanesi che vivono intorno alla palazzina di via Fava. Sono sei anni che denunciano un degrado che ha reso un intero quartiere di Milano impraticabile.

Chi afferma che Milano, che le città italiane sono tutte sicure dice una bugia. Sapendo di mentire. Chiedetelo agli abitanti di via Fava se l’ex sede de “Il Giorno” non è la causa dei furti che a cadenza regolare subiscono. Chiedete a loro, che hanno dovuto mettere le inferriate fino al secondo piano e i sistemi di allarme più moderni. “Non bastano – ci dicono – tanto quando vengono scoperti scavalcano il cancello e si rifugiano in quell area che è diventata la loro protezione”. Una zona franca, a due passi da quella stazione centrale dove ancora continuano a radunarsi i profughi.

La palazzina è composta di due blocchi: la stamparia e una torre a vetri. La sera si possono vedere alcune candele accese all’interno e, in base alla temperatura esterna, le finestre vengono ripetutamente aperte e chiuse. Segni, questi, che nel palazzo abitano delle persone. “È la stessa gente – racconta Franco, nome di fantasia di un abitante che non vuole farsi riconoscere – che meno di un anno fa ha aggredito mia madre: lei ora non esce più di casa dallo spavento”. Non è solo questo. Lo spaccio all’interno del palazzo è pratica quotidiana.

Il cronista è salito in casa di una delle tante vittime del degrado di Milano, degrado che Pisapia sembra non vedere. Da lassù in alto si possono notare l’immondizia e i vetri divelti, le porte distrutte e poi saldate dalla polizia. Osserviamo un uomo affacciarsi alla finestra e lavarsi il viso come se fosse a casa sua. Peccato che l area è (sarebbe) proprietà privata.

Per entrare non servono molti sforzi. Nonostante le catene con cui la vigilanza prova a bloccare i balordi, ci sono almeno una decina di facili accessi. Da uno di questi il cronista entra nel cortile antistante l’ex stamperia.

Appena messo piede nell area, due persone fuggono dalla parte opposta: sono gli stessi immigrati osservati poco prima alla finestra.

Oltrepassiamo una porta con il vetro diveto e si entra nel palazzo. C’è di tutto. Siringhe, valige, portafogli: è la refurtiva, oggetti sottratti alle persone aggredite tra via Fava e via Tarvisio. A terra anche centinaia di cavi elettrici privi dell’anima di rame, business remunerativo per mantenersi. “A me hanno preso anche una panchina”, guarda caso quella che troviamo all’interno del primo piano dello stabile.

Nella grande area dell’ex stamperia le due persone fuggite avevano steso gli abiti appena lavati, poco distante infatti c’è una stanza completa di materasso, un armadio di fortuna e anche una scrivania. Ma la maggioranza di quelli che hanno reso questo posto la loro casa è nella torre. Per arrivarci bisogna andare sul tetto, lì si trova un tubo usato come una corda per calarsi sul terrazzo al livello più basso. È l’unico accesso alla torre non sbarrato dai chiavistelli delle forze dell’ordine, l’unica porta senza sbarre o saldature di sorta. Dentro la stanza ci sono tavoli e panche costruite per avere tutti i comfort possibili durante l’ora di pranzo.

Poco distante, passando da una scala interna, si arriva a quella finestra da dove si era affacciato l’uomo poi fuggito. Il pranzo ancora sul fuoco e la camera da letto “arredata” dimostrano che quella è più di una situazione temporanea.

L’intera palazzina, insomma, è come un albergo a poche stelle, ma gratuito. All’interno poi è permesso di tutto: spaccio, furti e violenze. “Qualche sera fa abbiamo sentito una donna urlare forte e poi scappare: stavano litigando, e non parlavano italiano”. “Quando una guardia giurata ha provato a seguirne uno – conclude Franco – è stato invitato a bere un caffé e a togliersi le scarpe: stavano entrando in una moschea, illegale, all’interno della palazzina”.

Davanti a tutto questo, la giunta Pisapia fa finta di nullla. I cittadini sono esasperati, e in parte anche rassegnati. Danno la colpa anche al prefetto “che lega le mani alla polizia”. “Pisapia ha gli strumenti per agire, ma non vuole farlo” – afferma Samuele Piscina, giovane consigliere della Lega in Zona 2 che ha accompagnato il cronista nel sopralluogo.

Ed è sicuramente così. Ma il sindaco arancione si preoccupa piuttosto di vivacchiare nel periodo che lo separa dalla fine del mandato. Non che negli anni di governo abbia mai avuto il desiderio di riportare la legalità nel quartiere, che intorno al palazzo ha due scuole e un oratorio. .

I piani dal terzo fino all’ultimo sono chiusi dall’interno. Le porte antipanico ci impediscono di entrare. I rumori danno più di una conferma che asserragliati dentro, come accade ogni giorno, ci sono delle persone. Le stesse che la sera accendono le candele per farsi luce e spacciano rendendo via Fava invivibile. Nessun abitante della zona sceso in strada per raccontare la sua storia vuole farsi riprendere in volto: “Abbiamo paura di ritorsioni – ci dicono – qui da un po’ non si vive tranquilli”. Ormai sono prigionieri in casa loro. 

Milano Post

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