Gli scontri del 17 ottobre nel cuore della città impongono una riflessione severa. Manifestare è un diritto, devastare e aggredire è inaccettabile. Il disagio giovanile non può diventare un alibi per comportamenti criminali.
Ci sono immagini che una città non dovrebbe mai essere costretta a vedere. Piazza Duomo, simbolo di Milano, trasformata in uno scenario di scontri, aggressioni, lanci di pietre e bombe carta, vetrine danneggiate, arredi urbani divelti e forze dell’ordine costrette a fronteggiare gruppi di giovani incappucciati. È quanto accaduto il 17 ottobre, durante una manifestazione nata per protestare contro il carovita, le difficoltà economiche e le condizioni dei servizi pubblici.Una giornata che avrebbe dovuto rappresentare un momento di partecipazione democratica e di espressione del dissenso si è trasformata in una grave manifestazione di violenza. E davanti a quanto accaduto non è più possibile limitarsi a generiche riflessioni sulle difficoltà delle nuove generazioni: è necessario pronunciare parole chiare, senza ambiguità e senza giustificazioni.
La violenza è inaccettabile. Sempre. Anche quando ad esercitarla sono giovani, anche quando viene presentata come una forma di protesta, anche quando pretende di trovare una giustificazione nel disagio sociale.
Il diritto a manifestare è uno dei pilastri della democrazia. Ogni cittadino deve poter esprimere liberamente il proprio pensiero, contestare le decisioni politiche e denunciare le ingiustizie. Ma la libertà non coincide con l’assenza di regole e non autorizza nessuno a distruggere ciò che appartiene alla collettività. Chi lancia pietre contro la polizia, chi aggredisce gli agenti, chi distrugge negozi, danneggia automobili e devasta le strade non sta difendendo un diritto: lo sta tradendo. Sta calpestando i diritti degli altri cittadini, compromettendo la sicurezza pubblica e trasformando una protesta in un atto di prevaricazione.
Il disagio non può diventare un alibi.
È indubbio che oggi molti giovani vivano situazioni difficili. Le incertezze economiche, la precarietà lavorativa, le disuguaglianze sociali, la mancanza di prospettive e la difficoltà di trovare il proprio posto nella società sono problemi reali, che meritano attenzione e risposte concrete, ma bisogna stabilire un confine preciso: comprendere il disagio non significa giustificare la violenza.
Essere giovani, sentirsi esclusi, vivere in una famiglia in difficoltà o nutrire rabbia nei confronti delle istituzioni non può diventare una giustificazione per comportamenti irresponsabili. La sofferenza personale non concede il diritto di provocare quella degli altri. Non tutti i ragazzi che attraversano momenti di difficoltà scelgono la violenza. Anzi, la maggioranza affronta quotidianamente i propri problemi studiando, lavorando, rispettando le regole e cercando con sacrificio di costruirsi un futuro. È profondamente ingiusto che il comportamento di alcuni gruppi finisca per compromettere l’immagine di un’intera generazione. Occorre quindi evitare ogni generalizzazione, ma anche rinunciare a qualsiasi forma di indulgenza nei confronti di chi trasforma la rabbia in aggressività. Il rispetto delle regole è il primo segno di maturità. Colpisce particolarmente il fatto che tra i protagonisti dei disordini vi fossero numerosi giovanissimi, alcuni minorenni. Ragazzi che dovrebbero vedere nella partecipazione democratica un’occasione di crescita e non un’opportunità per dimostrare la propria forza attraverso la distruzione.
Nascondere il volto, lanciare oggetti contro le forze dell’ordine, rovesciare transenne e danneggiare il patrimonio pubblico non sono gesti di coraggio. Sono comportamenti che dimostrano una preoccupante mancanza di rispetto per le regole della convivenza civile. Non si può pretendere di essere ascoltati se si sceglie di impedire agli altri di vivere serenamente la propria città. Non si può rivendicare giustizia commettendo ingiustizie. E non si può invocare un futuro migliore distruggendo il presente della comunità nella quale si vive. Particolarmente grave è la violenza rivolta contro le forze dell’ordine. Gli agenti sono persone che svolgono un servizio pubblico, spesso in condizioni difficili e rischiose. Possono essere oggetto di critiche, come qualsiasi istituzione, ma non possono diventare bersagli di aggressioni. Il loro compito è garantire la sicurezza di tutti, compresi coloro che manifestano. Condannare i comportamenti violenti non significa, tuttavia, sottrarsi a una riflessione più ampia sulle responsabilità educative e sociali. Famiglie, scuole, istituzioni e società devono interrogarsi sul perché alcuni adolescenti sembrino incapaci di riconoscere il valore del rispetto, del confronto e della responsabilità individuale.
È necessario recuperare il significato delle regole, insegnare che ogni azione comporta conseguenze e ricordare che la libertà personale termina dove comincia quella degli altri. La scuola deve educare non soltanto alla conoscenza, ma anche alla cittadinanza. La famiglia deve rappresentare un punto di riferimento autorevole, capace di trasmettere valori e limiti. Le istituzioni devono offrire ai giovani opportunità concrete, ascolto e spazi di partecipazione. Ma anche i ragazzi devono fare la propria parte. Non possono chiedere continuamente attenzione e comprensione senza assumersi la responsabilità delle proprie scelte. La società ha il dovere di ascoltare i giovani, ma i giovani hanno il dovere di rispettare la società di cui fanno parte.
Di fronte a episodi tanto gravi, la solidarietà alle persone ferite e ai cittadini che hanno subito danni deve accompagnarsi alla richiesta che vengano accertate le responsabilità individuali. Chi ha commesso atti di violenza deve risponderne secondo la legge. L’età non può trasformarsi in una sorta di immunità morale e sociale. Naturalmente, nei confronti dei minorenni occorre considerare le specifiche responsabilità previste dalla normativa, senza rinunciare alla funzione educativa della giustizia. La prevenzione è fondamentale, ma non può sostituire la responsabilità. Educare significa anche far comprendere che le proprie azioni hanno conseguenze e che nessuno è autorizzato a sentirsi al di sopra delle regole. Non servono né vendette né condanne collettive. Serve una risposta ferma, equilibrata e credibile, che tuteli i cittadini e restituisca valore al principio secondo cui le regole valgono per tutti.
Una città ferita, una lezione da non dimenticare
Milano non merita di essere ricordata per le immagini di una piazza devastata e di ragazzi che scambiano la violenza per una forma di affermazione personale. È una città fatta di lavoro, sacrificio, convivenza e partecipazione, e appartiene a tutti i cittadini che ogni giorno contribuiscono a renderla viva. Quanto accaduto il 17 ottobre deve lasciare un segno, non soltanto per i danni materiali, ma per il messaggio che trasmette alle nuove generazioni. La rabbia non costruisce, distrugge. L’aggressività non rende più forti, dimostra l’incapacità di confrontarsi. La violenza non dà voce a chi non viene ascoltato: finisce per soffocare le ragioni di chi protesta pacificamente. I giovani hanno il diritto di contestare, dissentire, chiedere cambiamenti e pretendere un futuro migliore. Ma hanno anche il dovere di comprendere che una società democratica si fonda sul rispetto reciproco, sulla responsabilità e sulla capacità di confrontarsi senza ricorrere alla forza.
Non dobbiamo confondere la comprensione con la giustificazione, né l’attenzione verso il disagio giovanile con la tolleranza nei confronti della violenza.
Linda Tarantino
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