Non bisogna essere Greta Thunberg per accorgersi che il clima è cambiato

Attualità

Non bisogna essere Greta Thunberg per accorgersi che il clima è cambiato; e non serve nemmeno essere climatologi, ambientalisti o militanti di qualche movimento: a volte basta guardare il proprio balcone.

Quest’estate, per esempio, le mie piante sono state annaffiate con regolarità; eppure, una dopo l’altra, sono quasi tutte morte: il pomodoro, che l’anno scorso aveva prodotto almeno qualche piccolo frutto, quest’anno non ne ha fatto nemmeno uno!

Naturalmente non sarà stato il caldo a uccidere le mie piante… o meglio, non possiamo certo stabilirlo dal balcone di casa mia, ma è una di quelle piccole cose che ci fanno pensare.

Perché quest’estate qualcosa di diverso lo abbiamo sentito tutti sulla nostra pelle.

Abbiamo vissuto giornate in cui uscire sembrava quasi una prova di resistenza: città trasformate in forni, notti nelle quali il sonno diventava un’impresa, e quella sensazione di caldo appiccicoso che sembrava non voler mollare mai.

E poi il mare; chi quest’estate è stato in vacanza sul Mediterraneo avrà certamente notato quanto fosse calda l’acqua: e non era soltanto una sensazione.

Secondo il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche), l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata in Italia dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3 °C.

In Lombardia il record è ancora più evidente: l’estate appena conclusa è stata la più calda dal 1951, superando anche il precedente primato del 2003; la temperatura media è stata di 3,1 °C, superiore alla media 1991-2020.

E Milano? Milano ha avuto ben 75 giorni con temperature massime superiori ai 30 °C; per oltre un mese consecutivo, dal 13 giugno al 19 luglio, la temperatura massima non è mai scesa sotto quella soglia, e il 28 giugno e il 5 agosto si sono toccati i 37,8 °C!

Insomma, se quest’estate ci è sembrato di vivere dentro un forno, non era soltanto suggestione.

Guardando all’Europa, l’estate 2026 è stata la terza più calda mai registrata nella serie Copernicus, con una temperatura media del continente superiore di 1,17 °C alla media degli anni tra il 1991 e il 2020. E in agosto Italia, Francia, Croazia, Ungheria, Romania e gran parte dei Balcani hanno registrato temperature generalmente tra 3 e 5 °C sopra la media.

Il dato mondiale è ancora più impressionante.

Agosto 2026 è stato l’agosto più caldo mai registrato sul pianeta, con una temperatura media globale di 16,96 °C. Ma c’è di più: è stato, a pari merito con luglio 2023, il mese più caldo mai registrato in assoluto.

E l’estate boreale 2026, cioè giugno-luglio-agosto, è risultata a pari merito con il 2024 come estate più calda mai registrata.

E non si è scaldata soltanto l’aria.

Nel Mediterraneo, sempre secondo il CNR, luglio 2026 è stato il luglio più caldo dal 1993, con una temperatura superficiale media di circa 27 °C.

Il 79% del Mediterraneo ha sperimentato per almeno un giorno un’ondata di calore marina forte o superiore; quindi anche il nostro vecchio Mediterraneo sembra avere deciso di fare il bagno nell’acqua calda!

E adesso?

Qui, forse, dovremmo fermarci un momento.

Il cambiamento climatico è diventato spesso un argomento politico, e capisco anche perché: riguarda le decisioni dei governi, l’energia, i trasporti, l’industria, le città, l’agricoltura e, soprattutto, miliardi di euro da spendere.

Ma proprio per questo rischiamo di commettere un errore: trasformare una questione che riguarda tutti in una questione che appartiene a qualcuno.

Il clima non è né di destra né di sinistra; non ha una tessera di partito e, soprattutto, non fa distinzione quando arriva un’ondata di calore.

Possiamo, e dobbiamo, discutere sulle soluzioni: quanto costano, chi deve pagarle, quali funzionano davvero, quali sacrifici sono ragionevoli e quali invece no. Ma il problema dovrebbe essere considerato per quello che è: un tema che riguarda la possibilità stessa di vivere bene sul nostro pianeta.

E non soltanto per noi: riguarda gli animali, le piante, gli insetti, i boschi, i mari, e tutti gli ecosistemi che non possono decidere di spostarsi, accendere un condizionatore o cercare un posto più fresco…

Non serve diventare tutti “Greta”.

Non penso che la soluzione sia trasformarci tutti in ambientalisti modello, e nemmeno credo che serva sentirsi in colpa ogni volta che accendiamo l’aria condizionata o prendiamo un aereo.

Però qualcosa possiamo farlo; possiamosprecare meno acqua ed energia, consumare con maggiore attenzione, proteggere il verde delle nostre città, usare quando possibile mezzi meno inquinanti. Ma soprattutto possiamo chiedere che anche le nostre città si preparino: più alberi e ombra, edifici meglio isolati, spazi verdi, sistemi per gestire l’acqua, ed infrastrutture capaci di affrontare temperature che ormai non sono più quelle di una volta.

 

Adattarsi al nuovo clima non significa arrendersi, ma prendere atto della realtà.

E forse è proprio questo il punto: non bisogna essere Greta Thunberg, non bisogna essere “gretini”.

Bisogna semplicemente guardarsi intorno: un balcone dove le piante fanno fatica a sopravvivere, un mare che a luglio sembra quasi una piscina riscaldata, una città dove 30 gradi non sono più l’eccezione ma diventano la normalità.

 

E poi osservare i numeri, perché quelli, almeno, non hanno opinioni.

E quest’estate ci hanno raccontato qualcosa che varrebbe la pena ascoltare.

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