L’incoerenza di Londra tra la difesa dell’Ucraina e la gestione di un possedimento coloniale che dura da quasi due secoli, e la domanda che l’autodeterminazione degli isolani lascia senza risposta.
Il 3 settembre il presidente argentino Javier Milei ha annunciato, in un discorso alla nazione, un decreto per inasprire le sanzioni contro le compagnie petrolifere che operano senza autorizzazione argentina nelle Malvinas (Falkland per Regno Unito), in particolare contro il progetto Sea Lion, gestito dalla israeliana Navitas al 65 per cento e dalla britannica Rockhopper al 35. L’effetto sui mercati è arrivato nelle ore successive: le azioni di Rockhopper sono crollate fino al 10 per cento a Londra. Il giorno seguente, in un’intervista al settimanale The Economist, Milei ha proposto per l’arcipelago un modello ispirato alla Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica del 1984, quella che portò alla restituzione di Hong Kong alla Cina, sostenendo che gli argentini “non credono nella guerra” e cercano una “soluzione di consenso”. Londra ha risposto con la formula che ripete da decenni: la sovranità spetta al Regno Unito, e il diritto degli isolani all’autodeterminazione è, nelle parole del ministro Ed Miliband, “paramount”, fondamentale e non negoziabile.
Una disputa che si consuma nel giro di ventiquattr’ore, ma che affonda in una storia lunga più di due secoli, poco nota al pubblico italiano.
Una storia che si ripete
Tra il 1806 e il 1807, mentre l’Impero spagnolo era ancora sovrano sul Río de la Plata, forze britanniche occuparono per due volte Buenos Aires in quelle che la storiografia argentina chiama le Invasioni Inglesi. Nella prima, le truppe del generale William Beresford si impadronirono del tesoro pubblico che il viceré Sobremonte aveva tentato di mettere in salvo, e lo spedirono a Londra, dove fu esibito per le strade della città come un trofeo di guerra. Entrambe le invasioni furono respinte dalla popolazione locale, in un episodio che gli storici argentini considerano un antecedente diretto della coscienza indipendentista del Paese.
Nel 1833, approfittando dell’instabilità politica argentina, il brigantino da guerra britannico HMS Clio, al comando del capitano John James Onslow, occupò le isole Falkland-Malvinas ed espulse le autorità che vi rappresentavano il governo di Buenos Aires, insediato pochi anni prima sotto la guida del governatore Luis Vernet. L’anno seguente, un gruppo di gauchos guidato da Antonio Rivero si sollevò contro i nuovi amministratori britannici; catturati e processati a Londra, non furono mai condannati, e vennero rimandati a Buenos Aires invece che rispediti alle isole, un dettaglio che suggerisce come neppure la giustizia britannica dell’epoca fosse del tutto sicura della propria giurisdizione su un possedimento conquistato l’anno prima.
Tra il 1845 e il 1850, Francia e Gran Bretagna imposero un blocco navale al Río de la Plata per aprire con la forza i propri mercati nell’interno del continente, un episodio che si concluse solo dopo anni di resistenza argentina e che vide, tra l’altro, l’anziano generale José de San Martín intervenire dall’esilio europeo con lettere che circolarono nella stampa di Londra, Torino e Parigi in difesa della causa argentina. Nel 1982, infine, la disputa di sovranità sfociò in una guerra aperta tra Argentina e Regno Unito, costata la vita a 649 argentini e 255 britannici.
Sono episodi diversi tra loro per contesto e gravità, ma condividono un tratto costante: da un lato la forza militare come argomento definitivo, dall’altro l’amministrazione di un territorio la cui popolazione originaria argentina fu allontanata con le armi.
La domanda che l’autodeterminazione non risolve
Il principio che oggi Londra invoca per giustificare la propria sovranità è l’autodeterminazione: gli abitanti delle isole, i cosiddetti kelpers, hanno votato nel 2013 con il 99,8 per cento a favore di restare un territorio britannico d’oltremare, e su questo voto si fonda l’intera posizione ufficiale del Regno Unito.
Ma è un principio che si applica solo a partire da un certo momento della storia, e questo è precisamente il punto che l’argomento britannico evita di affrontare. Se l’autodeterminazione degli attuali abitanti delle isole conta, cosa ne è stato dell’autodeterminazione della popolazione argentina insediata lì prima del 1833, espulsa con la forza per fare spazio a una popolazione impiantata dal potere occupante? Un diritto che si applica solo alla popolazione che l’occupazione stessa ha inserito nel territorio, escludendo quella che vi risiedeva prima e che fu allontanata proprio per rendere possibile quell’occupazione, non è un principio universale: è la giustificazione a posteriori di un fatto compiuto con la forza. Le stesse Nazioni Unite, dal 1965, riconoscono nelle Falkland-Malvinas una situazione coloniale speciale, distinta dai casi ordinari di autodeterminazione, ed esortano da allora Argentina e Regno Unito a negoziare una soluzione, senza che Londra abbia mai accettato di farlo.
L’incoerenza che l’Europa dovrebbe vedere
C’è infine una domanda di coerenza che la cronaca di questi giorni rende più urgente che mai. Il Regno Unito guida oggi, giustamente, la coalizione internazionale che nega legittimità a ogni titolo territoriale nato dall’occupazione militare, la stessa logica con cui giudica l’invasione russa dell’Ucraina. Eppure amministra dal 1833, praticamente senza modifiche di sostanza rispetto ai secoli precedenti, un arcipelago sottratto con le armi a un altro Stato sovrano, e non ha mai accettato di metterlo in discussione.
Non si tratta di equiparare Vladimir Putin al governo britannico: sarebbe non solo scorretto ma offensivo verso chi in Ucraina subisce oggi un’aggressione in corso. Si tratta di chiedere che un principio dichiarato universale, quello per cui nessun titolo territoriale nato dalla forza può diventare legittimo con il semplice passare del tempo, venga applicato con lo stesso metro a ogni caso, incluso quello che riguarda direttamente chi lo proclama con più forza.
Un Paese che pretende di guidare la difesa dei principi internazionali non può permettersi di apparire incapace di rivolgere su di sé lo stesso sguardo critico che rivolge agli altri.
È una domanda che riguarda l’Europa nel suo complesso, non solo Londra. Il continente che per secoli ha esportato il proprio modello coloniale nel resto del mondo ha oggi l’occasione, e forse il dovere, di dimostrare di essere capace di applicare i propri principi senza eccezioni, cominciando dai casi più scomodi. Diversamente, il rischio è che la difesa dei valori occidentali venga percepita, non senza ragione, come una difesa selettiva degli interessi di chi la pronuncia.
Riferimenti:
Milei J., discorso alla nazione, 3 settembre 2026.
The Economist, intervista a Javier Milei, 4 settembre 2026.
Assemblea Generale delle Nazioni Unite, risoluzioni sulla questione delle Isole Falkland -Malvinas, dal 1965; Comitato speciale per la decolonizzazione, risoluzione di consenso, giugno 2026.
Miliband E., dichiarazione ufficiale del governo britannico sulla sovranità delle Falkland Islands, settembre 2026.
Dr. Rodolfo Fernando Rivera
Milano Post è edito dalla Società Editoriale Nuova Milano Post S.r.l.s , con sede in via Giambellino, 60-20147 Milano.
C.F/P.IVA 9296810964 R.E.A. MI – 2081845