C’è una grande e inossidabile certezza nella politica italiana: quando le cose s’ingarbugliano o l’agenda parlamentare rischia un attimo di stagnare, arriva puntuale come un treno svizzero la proposta di legge sul linguaggio inclusivo. L’ultima in ordine di tempo porta la firma della senatrice Valeria Valente (PD), che ha ben pensato di rispolverare il sempreverde filone del sessismo grammaticale per chiedere che gli atti della pubblica amministrazione si mettano finalmente al passo con le declinazioni di genere.
Non è dato sapere se la burocrazia italiana si blocchi per colpa della mancanza di fondi, dell’inefficienza dei software o dei tempi della giustizia, ma oggi abbiamo la risposta: il vero dramma era quella “o” di troppo in fondo alla parola ministro.
La forma che diventa sostanza (mentre la sostanza aspetta)
Il filone non è certo originale. Si inserisce perfettamente nel solco tracciato a suo tempo dall’ex presidente della Camera Laura Boldrini, pioniera della crociata secondo cui l’emancipazione femminile non passa tanto dalla parità salariale, dagli asili nido gratuiti o dal contrasto reale al gender pay gap, quanto piuttosto dall’imporre per decreto la dicitura la magistrata, la presidenta o la sindaca nei verbali di condominio e nei moduli della PA.
Un approccio quasi magico alla realtà: cambia il sostantivo e avrai cambiato la società. Una vera e propria utopia burocratica in cui basta una desinenza al posto giusto per cancellare secoli di soffitto di cristallo. Poco importa se le lavoratrici continuano a dimettersi al primo figlio per mancanza di servizi o se i contratti part-time involontari restano in gran parte una prerogativa femminile: l’importante è che il modulo per la dichiarazione dei redditi sia formalmente impeccabile e grammaticalmente corretto.
L’ironia della storia e la risposta di Giorgia Meloni
Su questo impianto ideologico, dove i simboli sostituiscono i fatti, si è posizionata più volte con amara ironia la stessa Giorgia Meloni. La prima donna Premier nella storia d’Italia — che per giunta ha spiazzato il fronte progressista preferendo farsi chiamare “il Presidente del Consiglio” — non ha mai nascosto il suo scetticismo verso questa vera e propria grammatica di ordinanza.
In diversi passaggi dei suoi interventi, Meloni ha spesso sottolineato il paradosso di una sinistra che si batte le mani per la conquista di un sostantivo declinato al femminile, mentre dall’altra parte della barricata una donna arrivava concretamente ai vertici del governo senza bisogno di quote rosa linguistiche o di commissioni di esperti della parola. L’ironia, in fondo, sta tutta qui: il potere reale conquistato sul campo sembra disinteressarsi del galateo dei termini, mentre chi quel potere lo ha momentaneamente perso si rifugia nel fortino delle regole grammaticali.
Il destino di un DDL da scaffale
Con ogni probabilità, il disegno di legge della senatrice Valente farà la fine di centinaia di altre proposte d’iniziativa parlamentare: verrà assegnato a una commissione, alimenterà qualche infuocato talk show serale, produrrà decine di post polemici sui social network e poi scivolerà lentamente nell’oblio degli archivi del Senato.
Nel frattempo, le donne italiane continueranno a fare i conti con la giungla quotidiana del lavoro, della famiglia e del conciliazione dei tempi di vita. Magari senza troppi fronzoli verbali, ma con la consapevolezza che, se una norma non ti cambia la vita, cambiare una vocale in fondo a una circolare non è esattamente una vittoria epocale.