L’ho ascoltato senza alcun sospetto. La voce era la sua. L’intonazione anche. Perfino quella piccola pausa che fa sempre prima di chiedere un favore.
Poi ho pensato a una cosa.
Se qualcuno avesse utilizzato quella registrazione per chiamarmi tra qualche mese, chiedendomi un bonifico urgente o un codice di accesso, sarei davvero stata in grado di accorgermi che dall’altra parte non c’era lui?
Fino a poco tempo fa avrei risposto senza esitazione di sì.
Oggi non ne sono più così sicura.
Ecco il cambiamento che l’intelligenza artificiale sta portando nelle nostre vite. Non quella che scrive un testo, prepara una presentazione o riassume un documento.
Siamo arrivati a un punto in cui, per la prima volta nella storia, possiamo vedere una persona che non esiste. Possiamo ascoltare una voce che non appartiene a chi parla.
Possiamo perfino partecipare a una videochiamata con qualcuno che, in realtà, non è mai stato davanti a una telecamera.
I cosiddetti deepfake hanno ormai raggiunto un livello di realismo tale da mettere in discussione quello che per secoli è stato il nostro principale criterio di giudizio: “l’ho visto con i miei occhi” oppure “l’ho sentito con le mie orecchie”.
Oggi non basta più.
Negli ultimi mesi abbiamo assistito a episodi che sembravano sceneggiature cinematografiche.
Manager convinti di parlare con il proprio amministratore delegato autorizzano bonifici milionari.
Imprenditori ricevono telefonate da persone che conoscono perfettamente e trasferiscono denaro senza sospettare nulla.
Persino figure istituzionali sono state imitate con una precisione impressionante. Ricorderete probabilmente il caso che ha coinvolto il Ministro della Difesa Guido Crosetto. Alcuni imprenditori italiani hanno ricevuto telefonate in cui la voce sembrava realmente la sua. Non era lui. Era un algoritmo. Eppure è bastato.
Dunque, se professionisti abituati a trattare ogni giorno questioni delicate possono essere ingannati, perché dovremmo pensare di esserne immuni?
Il problema ci riguarda tutti.
Riguarda le fotografie che pubblichiamo sui social. I messaggi vocali che inviamo su WhatsApp.
I video delle vacanze. Le interviste. Le conferenze.
Ogni contenuto che contiene il nostro volto o la nostra voce può diventare il materiale di addestramento di un’intelligenza artificiale.
Bastano pochi secondi. Il resto lo fa la tecnologia.
Il dato che più mi ha colpita è un altro. Secondo le analisi internazionali, nel 2026 le perdite economiche provocate dalle frodi realizzate attraverso i deepfake sono stimate in circa 40 miliardi di dollari. Quaranta miliardi a fronte di un costo medio per la creazione di un deepfake di soli 1,33 dollari.
Non si parla pertanto di un fenomeno marginale, ma di una nuova forma di criminalità organizzata che utilizza l’intelligenza artificiale come moltiplicatore di efficacia.
Ed è qui che arriva il paradosso.
L’occhio umano non riesce più a distinguere un video autentico da uno sintetico.
L’orecchio umano non è più in grado di riconoscere una voce clonata con sufficiente affidabilità.
Servono strumenti che analizzino milioni di microelementi invisibili per individuare le anomalie lasciate dagli algoritmi che generano quei contenuti.
In altre parole, servirà un’altra intelligenza artificiale. È una conclusione che può piacere oppure no.
Ma è quella verso cui ci stiamo rapidamente dirigendo.
Naturalmente la tecnologia, da sola, non basterà.
Servirà una cultura nuova.
Dovremo imparare a diffidare delle richieste urgenti ricevute al telefono. A verificare sempre con un secondo canale di comunicazione. A considerare che anche un volto in video potrebbe non essere reale.
La fiducia continuerà ad essere un valore. Ma non potrà più essere cieca.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.