Milano è sempre stata una città dinamica, moderna, aperta al cambiamento; una città che ha saputo attrarre lavoro, investimenti, turismo e persone provenienti da ogni parte del mondo.
Eppure, da qualche anno, accanto a questa immagine positiva, se ne sono affiancate altre, molto meno rassicuranti: quelle delle baby gang, dei cosiddetti “maranza”, delle aggressioni nei mezzi pubblici, delle rapine e delle violenze commesse spesso da giovanissimi.
Non è un caso che il tema della sicurezza sia diventato uno degli argomenti più discussi tra i cittadini: basta ascoltare le conversazioni nei bar, leggere i commenti sui social, o parlare con chi ogni giorno prende la metropolitana per capire che la sensazione di insicurezza è notevolmente cresciuta.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: le leggi ci sono oppure no?
La risposta è molto semplice: sì, ci sono, e l’ordinamento italiano prevede già numerosi strumenti per contrastare questi fenomeni; esistono il Daspo urbano, il foglio di via, gli ammonimenti del Questore, le misure cautelari anche per i minorenni, gli arresti per rapina, lesioni e porto di armi e, nei casi previsti dalla legge, l’espulsione degli stranieri irregolari.
Se le norme esistono, allora il problema sembra essere un altro: la loro concreta applicazione.
Del resto, la cronaca milanese degli ultimi mesi è stata segnata da episodi che hanno colpito profondamente l’opinione pubblica; a marzo quattro minorenni sono stati arrestati con l’accusa di tentato omicidio, dopo aver accoltellato un giovane durante una brutale aggressione nata, secondo gli investigatori, per un motivo banale: i magistrati hanno parlato di una violenza esercitata con estrema disinvoltura, e di una preoccupante assenza di empatia.
Sono vicende che, fortunatamente, non rappresentano la maggioranza dei giovani milanesi, ma che contribuiscono ad alimentare una domanda sempre più forte di sicurezza e di interventi efficaci: quando una persona viene fermata più volte e continua a delinquere, quando gruppi di ragazzi vengono identificati ripetutamente senza che questo sembri modificare i loro comportamenti, è inevitabile che molti cittadini si chiedano dove si interrompa il percorso della giustizia!
In questi giorni, ad esempio, sta andando virale sui social il video di un giovane destinatario di un foglio di via da Ventimiglia che afferma, con estrema sicurezza, di non avere alcuna intenzione di andarsene perché in Italia “può fare quello che vuole”: è su un autobus, con un passamontagna e se la ride di gusto…
Naturalmente un video pubblicato su Instagram non dimostra da solo che il provvedimento non verrà eseguito, potrebbe anche essere soltanto una provocazione; tuttavia, l’effetto sull’opinione pubblica è molto forte: trasmette l’idea che chi in Italia viola le regole non abbia alcun timore delle conseguenze.
Nello stesso periodo, anche le cronache milanesi hanno riportato nuovi sviluppi giudiziari legati al mondo delle baby gang e delle bande giovanili. A giugno, ad esempio, nelle motivazioni della condanna del trapper Mouhib Zaccaria, in arte Baby Gang, i giudici hanno parlato di uno “spiccato profilo di pericolosità”, ricordando una lunga serie di precedenti per reati violenti e legati alle armi.
Al di là del singolo caso, è un segnale di quanto il fenomeno della criminalità giovanile continui a rappresentare una sfida concreta per il territorio milanese.
Anche le statistiche raccontano una situazione che merita attenzione: Milano continua a essere la provincia italiana con il più alto numero di denunce in rapporto alla popolazione, mentre la criminalità minorile rappresenta una delle principali preoccupazioni delle istituzioni e delle forze dell’ordine; è giusto ricordare che gli esperti invitano a distinguere tra criminalità reale e percezione della sicurezza, anche perché i social amplificano inevitabilmente gli episodi più eclatanti.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidare il disagio dei cittadini come una semplice suggestione, e la sicurezza non è soltanto una statistica.
La sicurezza è poter salire su un treno la sera senza paura, è permettere a un figlio di rientrare a casa con serenità, è poter passeggiare in una piazza senza guardarsi continuamente alle spalle, e quando migliaia di persone raccontano la stessa sensazione, forse vale la pena ascoltarle invece di minimizzare.
Molti cittadini hanno l’impressione che lo Stato sia estremamente efficiente quando si tratta di riscuotere imposte o sanzioni amministrative, ma molto meno incisivo nel contrasto alla criminalità di strada.
È una percezione diffusa che merita una riflessione, al di là delle appartenenze politiche, perché la sicurezza non è un privilegio di chi vota a destra o a sinistra, ma un diritto di ogni cittadino, e proprio per questo non dovrebbe mai diventare motivo di scontro ideologico, bensì un obiettivo comune.
Ed è proprio qui che nasce un’altra preoccupazione: quando una parte sempre più ampia della popolazione ritiene che lo Stato non sia in grado di garantire sicurezza, cresce inevitabilmente la tentazione di affidarsi a chi propone soluzioni più drastiche.
È un fenomeno che abbiamo già visto in molti Paesi europei: se le istituzioni vengono percepite come deboli o inefficaci, aumenta il consenso verso movimenti e leader che promettono risposte molto più dure, e non è difficile capire perché: le persone hanno bisogno di sentirsi protettee, quando questa esigenza fondamentale non trova risposte convincenti, finiscono per cercarle altrove.
Proprio per questo credo che la vera soluzione non sia scegliere tra permissivismo ed estremismo.
La soluzione dovrebbe essere molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile da realizzare: applicare con serietà e continuità le leggi che già esistono, senza tolleranze ingiustificate, e senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto.
Perché una democrazia forte non è quella che produce continuamente nuove leggi. È quella che riesce a far rispettare, in modo credibile e uguale per tutti, le leggi che ha già.
Forse è proprio da qui che Milano, e con lei l’Italia, dovrebbe ripartire.
