La vera maturità non ha età

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La maturità non è solo quella che si sostiene a diciott’anni. Ce n’è un’altra, molto più difficile, che non si misura con un voto in centesimi, ma con il coraggio di ricominciare quando tutti pensano che ormai sia troppo tardi.

Quest’anno ha fatto notizia il cantante Pupo, che a settant’anni ha deciso di conseguire quel diploma che la vita gli aveva fatto rimandare, ma sono migliaia le persone comuni che ogni anno affrontano la stessa sfida nel silenzio e lontano dalle telecamere: lavoratori, casalinghe, genitori, nonni, persone che hanno interrotto gli studi per necessità economiche, per una famiglia da mantenere, o semplicemente perché la vita aveva altri programmi.
A quell’età, però, il banco di scuola pesa molto di più; non è solo una questione di memoria, che magari non è più quella di vent’anni, non è soltanto il tempo da ritagliare tra lavoro, casa, figli o genitori anziani, aspetti che già di per sé rappresentano delle difficoltà da non sottovalutare.
La difficoltà più grande è spesso quella invisibile: tornare a sentirsi studenti.
Studiare significa ritrovare una disciplina che da anni non appartiene più alle nostre giornate, significa memorizzare date, formule, concetti che sono ormai  lontani dalla quotidianità; significa anche rinunciare a qualche serata libera, affrontare la stanchezza dopo una giornata di lavoro e convincersi, ogni sera, ad aprire un libro invece di accendere la televisione.

Ma c’è un’altra prova, ancora più impegnativa, quella del giudizio.
Sedersi accanto a ragazzi che potrebbero essere i propri figli, o nipoti, richiede un coraggio enorme: si teme di essere osservati, di sembrare fuori posto, di sentirsi “quello grande”.
Eppure, proprio chi affronta quell’imbarazzo, dimostra una forza che molti diciottenni, comprensibilmente, non hanno ancora avuto occasione di sviluppare.
Perché a vent’anni si studia seguendo il percorso naturale della vita; a sessanta o settanta si sceglie di ricominciare, e ricominciare è sempre un atto di coraggio.
Il diploma, in questi casi, perde quasi il significato di semplice titolo di studio. Diventa una promessa mantenuta con sé stessi, una ferita rimarginata, una pagina lasciata aperta che, finalmente, trova la parola “fine”.

Forse il voto finale conta meno di quanto immaginiamo; conta molto di più il messaggio che queste persone ci trasmettono: non esiste un’età giusta per imparare, per migliorarsi o per recuperare un’occasione perduta, e non è mai troppo tardi per dimostrare, prima di tutto a sé stessi, di essere capaci.
E forse è proprio questo il significato più autentico della parola “maturità”.
Non quella scritta su un diploma, ma quella che insegna ad avere il coraggio di rimettersi in gioco quando sarebbe molto più facile rinunciare.

Per questo provo una sincera ammirazione verso chi, dopo tanti anni, decide di sedersi di nuovo dietro un banco…io stessa non so se ne sarei capace!
Non tanto per lo studio, quanto per il peso dello sguardo degli altri, per quella sensazione di dover dimostrare qualcosa in un’età in cui si pensa di essere ormai “oltre”, di non dover dimostrare niente a nessuno, di essere finalmente liberi da regole e costrizioni.
E invece loro ci ricordano una verità semplice, ma preziosa: non si è mai troppo grandi per imparare. Si è grandi quando si smette di provarci.

(Dedicato a tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di concedersi una seconda possibilità. E a una di loro, che sa già quanto le voglio bene).

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