Nel viaggio a Lampedusa, Leone XIV rilancia l’appello all’accoglienza, alla solidarietà e a una politica comune sulle migrazioni fondata sulla dignità umana
Nel giorno in cui si celebrano i 250 anni della Dichiarazione d’indipendenza degli Usa Papa Leone, sulla scia di Papa Francesco, con il suo breve viaggio a Lampedusa compie un gesto simbolico di grande portata non solo religiosa ma storica e geopolitica in un momento in cui in vari paesi del mondo si vuole attuare la remigrazione: dall’Europa al Sudafrica, dagli Stati Uniti all’Australia. Le migrazioni riguardano tutto il mondo. Lampedusa è un luogo simbolico di arrivo e di accoglienza dei migranti a livello globale. Il 4 luglio il Papa americano compie un “percorso spirituale” che inizia con la comunione coi morti in mare al cimitero, prosegue alla Porta d’Europa e con l’incontro con una rappresentanza di migranti e termina la celebrazione eucaristica.
Le migrazioni all’interno del bacino del Mediterraneo sono un fenomeno di lunga tradizione con profonde implicazioni storiche e socio-politiche. Non è un fenomeno straordinario e temporaneo, ma che riguarda la nostra quotidianità, con cui dobbiamo fare i conti come Chiesa, ma con cui devono fare anche il Governo italiano, l’Unione Europea e la Comunità internazionale. La Sicilia e l’Italia sono la porta dell’Europa nel Mediterraneo per cui il problema dei profughi è un problema europeo e mondiale. E’ un fenomeno che bisogna guardare nella sua totalità (paesi di origine, paesi di transito, paesi di destinazione finale) senza fermarsi ad un segmento. Non è un problema che si può pensare di risolvere con delle misure emergenziali. Ci vuole un piano globale per cercare di risolvere all’origine questo problema, nel modo più rispettoso della dignità delle persone e della loro identità religiosa e culturale. Dobbiamo ricordare che molti italiani emigrati all’estero hanno fatto l’esperienza che oggi stanno facendo i profughi provenienti dall’Africa. Le tragedie di morti nel Mediterraneo hanno fatto aprire gli occhi sulla strage degli innocenti che in questi anni ha trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero e ha squarciato il fitto velo dell’indifferenza che accompagna da anni gli sbarchi dei migranti.
Durante la visita ad Limina dei vescovi della Sicilia occidentale, avvenuta nel maggio 2013, abbiamo parlato a papa Francesco del dramma dei migranti morti in cerca di fortuna nel “Mare Nostrum”. Il Papa è rimasto molto colpito e ha detto: debbo dare un segnale forte! E questo segnale lo ha dato con la sua visita dell’8 luglio a Lampedusa. Si è trattato di un gesto di vicinanza, che ha voluto anche per risvegliare le nostre coscienze, affinché ciò che è accaduto non si ripeta. Debbono risuonare ancora per ciascuno di noi le domande che il Papa, pellegrino a Lampedusa, ha lanciato: «Adamo, dove sei?» e: «Caino, dov’è tuo fratello?». «Questa non è una domanda rivolta ad altri – ha aggiunto papa Francesco –, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà!» Ritorna ancora l’interrogativo del Papa: «Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle?» Non possiamo dire: «Nessuno». Il 3 ottobre del 2013 ero presente nella sala Clementina in occasione dell’udienza di Papa Francesco al Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, quando il Papa ha detto di provare vergogna: «È una vergogna». Non è stato solo un atto di accusa verso i responsabili diretti o indiretti di questa tragedia, ma anche un atto di assunzione di responsabilità, di esame di coscienza, per tutti. Quando il Santo Padre ha parlato di vergogna, ha parlato di un sentimento che non può non riguardarci tutti quanti. Questi morti, e le migliaia che negli anni sono stati travolti in queste acque, chiedono verità, giustizia e solidarietà. È ora di abbandonare l’ipocrisia di chi continua a pensare che il fenomeno migratorio sia un’emergenza che si auspica ancora di breve durata.
Cosa fare, dunque? E’ importante innanzitutto aiutare queste persone a vivere in maniera dignitosa nei loro Paesi d’origine. Il dramma e la tragedia delle migrazioni nel Mediterraneo scaturiscono dalla violazione di un diritto primario dell’uomo: quello di vivere nella propria patria. All’origine di tale violazione vi sono le guerre, i conflitti interni, l’iniqua distribuzione delle risorse economiche. Sono situazioni che vanno corrette con la promozione di uno sviluppo economico integrale ed equilibrato, con il progressivo superamento delle disuguaglianze sociali, con il rispetto della persona umana. Chiudere le porte all’immigrazione senza impegnarsi per la rimozione delle cause è una grossa ingiustizia. La povertà e le guerre che provocano le migrazioni forzate, richiedono una soluzione urgente. A coloro sono sbarcati sulle nostre coste il nostro compito di cristiani è quello dell’accoglienza, del prendersi cura vincendo il muro dell’indifferenza, sullo stile del Buon samaritano. Siamo chiamati a farci prossimo degli altri, chiunque egli sia, da qualsiasi parte arrivi, qualsiasi problema porti, qualsiasi sia la difficoltà. Siamo chiamati a fare sempre il primo passo verso uno stile di accoglienza e di misericordia, a guardare in chiunque bussa alla mia porta i tratti di Gesù, che ha detto: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35).
E’ necessaria una rivoluzione culturale. Occorre aprirsi alle logiche dell’accoglienza e della solidarietà. Tale nuova cultura potrà poi trovare supporto nella politica locale, nazionale, europea e mondiale, che non ha ancora provveduto a sviluppare corrette politiche di accoglienza e integrazione, capaci di dare una risposta virtuosa al fenomeno. Bisogna adoperarsi per una nuova cultura che non consideri i migranti mezzi di produzione, ma uomini dotati della dignità di figli di Dio e soggetti di diritti inalienabili. Spetta alle autorità politiche e militari contrastare i mercanti di morte, che impunemente solcano il Mediterraneo vendendo sogni di libertà a ignari migranti, traghettati verso l’Italia in condizioni di estremo pericolo, senza alcuna sicurezza, e facendosi pagare profumatamente. Non possiamo immaginare che tutto il peso dell’immigrazione debba gravare esclusivamente sulla Sicilia e sull’Italia. Deve essere l’Europa a farsi carico di questo problema, che non si esaurirà nel breve periodo. Ad una concezione dell’Europa chiusa ed egoista che punta solo sulla sicurezza, bisogna sostituire nella coscienza popolare una Comunità europea aperta, coraggiosa protesa ad uno sviluppo integrale e alla costruzione della pace e della solidarietà tra i popoli. È tempo che l’Unione Europea rompa gli indugi per una politica “comune” nella gestione dei flussi migratori, che armonizzi le varie legislazioni nazionali, vada al di là dell’emergenza e veda gli Stati membri uniti non in una politica dei respingimenti, ma in un’azione di cooperazione allo sviluppo nei Paesi di provenienza. E’ necessario un approccio globale su migrazioni e, che dovrebbe portare a una politica comune su migrazioni e protezione internazionale.
Papa Leone con il suo gesto più che con le parole che pronuncerà a Lampedusa invita tutti ad abbattere il muro dell’indifferenza e del cinismo. Gli innumerevoli morti (uomini, donne, bambini), che sono seppelliti nel Mediterraneo con la loro speranza di vita e di libertà, scuotono le nostre coscienze con il loro grido di giustizia. Che il nostro silenzio e la nostra inerzia non vanifichino il loro sacrificio.
Interris
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