Tensioni Trump-Meloni, l’analisi di Federico Rampini: “Gesto da statisti ricucire, l’America fa grande l’Italia”

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Lo scontro diplomatico tra Washington e Roma accende il dibattito politico. Nonostante le frizioni sulla gestione del conflitto in Iran, i legami economici e geopolitici tra Italia e Stati Uniti poggiano su fondamenta troppo solide per essere scalfiti dai risentimenti personali.

Le frizioni geopolitiche e l’arte della diplomazia

L’eco del dissidio tra Donald Trump e Giorgia Meloni è arrivata fino oltreoceano, trovando spazio sia sui media progressisti sia sulle reti conservatrici americane. Secondo Federico Rampini, tuttavia, la diplomazia internazionale risponde a regole che superano le antipatie del momento.

«Se giudico dai precedenti di altri leader alleati insultati da Trump, lo scontro diplomatico tra Donald Trump e Giorgia Meloni non è destinato a lasciare molti strascichi».

Di fronte alle indiscrezioni su un forte risentimento del presidente statunitense per il mancato appoggio italiano sulla questione iraniana, l’analisi si sposta sui reali rapporti di forza:

«I rapporti bilaterali obbediscono a delle logiche profonde, prescindono dalle relazioni personali e dal risentimento per le offese subite. L’amicizia non esiste quasi mai nei rapporti fra leader. Contano i rapporti di forces, il posizionamento geopolitico, la sicurezza militare, l’accumulo di interessi economici».

La scelta del governo italiano di superare l’incidente viene quindi vista come una mossa necessaria e lungimirante:

«Certo. La tempra dello statista si nota anche in questi frangenti: un capo di governo deve guardare agli interessi di lungo periodo del proprio Paese, anche a costo di ingoiare amaro e sacrificare il proprio orgoglio personale. Continuare lo scambio di accuserebbe farebbe la felicità dei social e dei media, ma renderebbe più complicato il lavoro di chi dietro le quinte sta già adoperandosi per seppellire l’incidente e ricucire».

Il fallimento dell’alternativa cinese e il boom del made in Italy

Il dibattito si sposta sulla collocazione internazionale dell’Italia e sulle tentazioni di guardare a Pechino in risposta alle politiche protezionistiche della Casa Bianca. I fatti dell’ultimo anno, spiega l’editorialista, hanno smentito le tesi isolazioniste.

  • La chiusura di Pechino: La Cina si sta dimostrando un mercato sempre più protetto e competitivo, la cui avanzata rischia di danneggiare i settori industriali del Vecchio Continente.

  • Il traino statunitense: Nonostante i dazi, l’economia di mercato americana si è rivelata il partner più generoso per le esportazioni italiane.

«Il mito dell’alleanza con la Cina è già stato distrutto dagli sviluppi degli ultimi 14 mesi. Dopo il Liberation Day del 4 aprile 2025, l’annuncio dei dazi di Trump, era di moda in Italia questo teorema: il rapporto con l’America è finito, bisogna castigare e isolare Trump andando a una coalizione con Xi Jinping. Da allora il mercato americano si è rivelato il più generoso di tutti con il made in Italy, mentre la Cina è più chiusa e protezionista che mai. L’avanzata del made in China sta distruggendo interi settori industriali europei».

Grazie a questo posizionamento, l’export italiano ha raggiunto traguardi storici, superando persino il Giappone e posizionando il Paese al quarto posto globale tra gli esportatori.

«Grazie all’America il sistema-Italia ha messo a segno un exploit clamoroso: il sorpasso sul Giappone. Siamo saliti al quarto posto fra le potenze esportatrici mondiali, e questo lo si deve al traino della domanda Usa; in nessun altro mercato al mondo abbiamo avuto risultati così brillanti. Trump non c’entra nulla. Gli Stati Uniti sono un’economia di mercato. Imprese e consumatori americani non prendono ordini dalla Casa Bianca quando decidono cosa comprare e da chi. I dazi – che peraltro erano stati applicati anche da Nixon, Reagan, Bush e Biden – non hanno mai avuto quelle conseguenze catastrofiche che alcuni presunti esperti davano per certe. Per fortuna i nostri imprenditori sanno fare il loro mestiere, conoscono l’importanza del mercato americano, e non ascoltano i profeti dell’Apocalisse».

Lo scacchiere mediorientale e l’inerzia dell’Europa

Sullo sfondo delle tensioni bilaterali resta il nodo del Medio Oriente, dove la strategia di Trump appare legata anche a scadenze elettorali interne e alle pressioni delle monarchie del Golfo.

L’Europa, nel frattempo, sconta una debolezza sistemica e una mancanza di investimenti concreti nei rapporti di forza necessari per contare nello scenario globale. Nonostante ciò, l’asse transatlantico sembra destinato a resistere alle turbolenze passeggere.

«La relazione transatlantica dal 1945 ad oggi ha superato tante crisi gravi in cui era stata data per morta: alcune in occasione di altrettante guerre mediorientali (1956, 1973, 2003). È più forte dei presidenti che si avvicendano alla Casa Bianca

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