“Quindi finalmente saprò quanto prende il collega che lavora nella stanza accanto alla mia?”
È probabilmente una delle domande più frequenti che consulenti del lavoro, avvocati e responsabili delle risorse umane stanno ricevendo in questi giorni.
La domanda nasce dalla circostanza che l’Italia ha avviato l’attuazione della Direttiva europea sulla trasparenza retributiva, una riforma destinata a modificare profondamente il modo in cui le aziende gestiscono stipendi, assunzioni e progressioni di carriera.
Ma tra ciò che si legge sui social e ciò che prevede realmente la normativa esiste una differenza importante.
No, il lavoratore non potrà chiedere di visionare la busta paga nominativa del collega.
E no, gli stipendi individuali non diventeranno pubblici.
La vera novità è un’altra. Per comprendere la portata del cambiamento bisogna partire da una situazione che si verifica quotidianamente in moltissime aziende.
Due lavoratori svolgono mansioni sostanzialmente identiche. Hanno responsabilità simili, un livello professionale analogo e spesso condividono gli stessi obiettivi. Eppure uno dei due percepisce una retribuzione significativamente più elevata dell’altro.
Il problema è che chi subisce questa disparità molto spesso non ne è consapevole. E anche quando nutre un sospetto, difficilmente dispone degli strumenti necessari per verificarlo.
È proprio qui che interviene il legislatore europeo.
La Direttiva 2023/970 nasce infatti da un dato che continua a caratterizzare il mercato del lavoro europeo: il divario retributivo di genere. Secondo le istituzioni europee, una delle principali cause delle disparità salariali è l’opacità dei sistemi retributivi. Se nessuno conosce i criteri utilizzati per attribuire gli stipendi, diventa molto più difficile individuare e contestare eventuali discriminazioni.
La risposta dell’Unione Europea non è stata quella di eliminare la riservatezza, ma di pretendere maggiore trasparenza sui meccanismi che determinano le retribuzioni.
Per questo motivo i lavoratori avranno il diritto di conoscere le informazioni relative al proprio livello retributivo e ai livelli retributivi medi delle persone che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
La parola chiave è proprio questa: medi.
Non si tratta di conoscere quanto guadagna Alessandro o quanto percepisce Francesca. Si tratta di ottenere dati che consentano di comprendere se esistano differenze retributive non giustificate e, in caso affermativo, di contestarle.
La distinzione può sembrare sottile, tuttavia dal punto di vista giuridico è fondamentale.
Lo stipendio di un lavoratore continua infatti a rappresentare un dato personale.
Anzi, in molti contesti costituisce un’informazione particolarmente delicata perché può rivelare aspetti della vita professionale, del percorso di carriera e persino della situazione economica individuale.
Per questo motivo la protezione dei dati personali non viene affatto meno.
La normativa sulla trasparenza salariale e il GDPR non sono destinati ad entrare in conflitto. Al contrario, sono chiamati a convivere.
Da una parte il lavoratore deve poter verificare che il proprio trattamento economico sia equo. Dall’altra, il collega ha diritto a che la propria retribuzione non venga trasformata in una notizia liberamente accessibile all’interno dell’organizzazione.
La sfida sarà soprattutto per le imprese.
Molte aziende sono cresciute nel tempo costruendo sistemi retributivi che spesso esistono più nella prassi che nei documenti. Premi individuali, trattamenti storici, negoziazioni personali e accordi informali hanno generato nel tempo differenze che oggi potrebbero diventare difficili da giustificare.
La nuova disciplina impone invece un cambio di prospettiva.
Non basterà più dire che uno stipendio è più alto perché “si è sempre fatto così”. Sarà necessario dimostrare che le differenze retributive trovano fondamento in criteri oggettivi, verificabili e non discriminatori.
In questo senso la trasparenza salariale rappresenta molto più di un adempimento burocratico. È una trasformazione culturale.
Per anni abbiamo considerato lo stipendio come un argomento di cui non si parla. Un tema quasi tabù, confinato nella sfera privata.
Oggi il legislatore europeo prova a cambiare paradigma, non per rendere pubbliche le retribuzioni individuali, ma per rendere controllabili i criteri che le determinano.
La differenza è sostanziale. Perché una società più equa non è quella in cui tutti conoscono quanto guadagnano gli altri. È quella in cui ciascuno può comprendere perché guadagna ciò che guadagna.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.