Non sono i grattacieli.
Non sono le montagne che si vedono in lontananza.
Non è nemmeno l’ordine delle strade.
È la sensazione, quasi insolita, di trovarsi in un luogo in cui le persone sembrano fidarsi le une delle altre.
Si attraversa la città e si osservano comportamenti che in molte realtà europee sembrano diventati eccezioni.
Le persone rispettano le file. Gli automobilisti si fermano davanti alle strisce pedonali. Gli spazi pubblici sono utilizzati con naturalezza. I controlli esistono, naturalmente, ma raramente sono invasivi o ostentati.
E proprio questa impressione mi ha portato a una riflessione professionale.
Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto sulle sue capacità.
Ci chiediamo cosa sappia fare, quanto sia precisa, quanto possa essere utile.
Molto meno spesso ci chiediamo quale tipo di società finirà per costruire.
Perché ogni tecnologia incorpora una certa idea dell’essere umano.
Mi spiego meglio: esistono sistemi pensati per assistere le persone ed esistono sistemi progettati per controllarle.
La differenza non è tecnica. È culturale.
Mentre passeggiavo per Vancouver mi sono domandata se l’intelligenza artificiale stia lentamente modificando il rapporto tra fiducia e controllo che caratterizza ogni società.
Quando un algoritmo monitora costantemente comportamenti, spostamenti, preferenze e abitudini, la tentazione è quella di delegargli decisioni sempre più importanti.
Non soltanto quali contenuti mostrarci.
Non soltanto quali pubblicità proporci.
Ma anche quali persone considerare affidabili.
Quali comportamenti ritenere anomali. Quali rischi prevenire.
In altre parole, quali scelte meritino la nostra fiducia.
Il problema è che la fiducia è una delle poche cose che non possono essere automatizzate.
Non esiste un algoritmo capace di sostituire completamente il giudizio umano.
Non esiste un modello matematico in grado di comprendere tutte le sfumature di una persona.
Eppure stiamo assistendo a una progressiva espansione di sistemi che classificano, valutano e prevedono comportamenti umani.
L’AI Act europeo nasce proprio da questa consapevolezza.
Non perché l’intelligenza artificiale sia pericolosa in sé.
Ma perché alcune applicazioni possono incidere direttamente sui diritti fondamentali delle persone.
La vera questione, quindi, non è tecnologica. È sociale.
Una società fondata sulla fiducia utilizza la tecnologia per aiutare le persone.
Una società fondata sul sospetto utilizza la tecnologia per controllarle.
La differenza può sembrare sottile. In realtà è enorme.
Mentre osservo Vancouver e il suo equilibrio tra libertà individuale, responsabilità e rispetto delle regole, mi domando quale strada sceglieremo nei prossimi anni.
L’intelligenza artificiale ci offre strumenti straordinari: li utilizzeremo per rafforzare la fiducia tra le persone o per sostituirla?
Perché il futuro non dipenderà soltanto da ciò che gli algoritmi saranno in grado di fare. Dipenderà soprattutto da ciò che noi consentiremo loro di diventare.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.