Milano, la città che amo e che non riconosco più

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Vivo a Milano da sempre: è la città che mi ha fatto studiare, lavorare, crescere; la città delle opportunità, dei sogni, delle luci che si accendono la sera lungo i Navigli, e dei tram che attraversano la nebbia d’inverno.

Eppure oggi faccio sempre più fatica a riconoscerla.

Dopo oltre quindici anni di amministrazioni di sinistra, Milano appare sempre più divisa.

Da una parte una città vetrina, fatta di grattacieli, eventi esclusivi e appartamenti da milioni di euro; dall’altra una città reale, dove le famiglie fanno i conti con affitti sempre più alti, parcheggi introvabili, negozi storici che abbassano le serrande, e quartieri che sembrano essere stati dimenticati.

La sicurezza continua a essere una delle principali preoccupazioni dei cittadini; non servono statistiche o classifiche: basta ascoltare chi prende i mezzi pubblici la sera, chi vive nelle periferie o chi ha smesso di uscire da solo in alcune zone della città, perché quando una persona cambia le proprie abitudini per paura significa che qualcosa non funziona.

Sul fronte della mobilità, Area B e Area C hanno trasformato l’automobile in un lusso per molti cittadini; chi può permettersi un’auto nuova si adegua, chi non può permettersi di cambiarla ogni pochi anni, o vive lontano dalle fermate della metropolitana, si trova spesso davanti a una scelta obbligata: spendere migliaia di euro, oppure rinunciare a spostarsi liberamente.

Poi c’è il tema della casa, perché Milano è diventata una città sempre più difficile da abitare: giovani, lavoratori, pensionati e famiglie faticano sempre di più a trovare soluzioni sostenibili; molti sono costretti ad allontanarsi dal centro, mentre il divario tra chi ha molto e chi ha poco continua ad allargarsi, lasciando sempre meno spazio a quella classe media che per decenni ha rappresentato il cuore pulsante della città.

Anche l’urbanistica, che avrebbe dovuto costituire il motore dello sviluppo, si è trasformata in un terreno di polemiche, come “paralizzata” da inchieste giudiziarie e cantieri bloccati, mentre i cittadini, nel frattempo, aspettano quelle risposte che sembrano non arrivare mai.

E mentre si parla continuamente di sostenibilità, e di una città green e vivibile, molti milanesi hanno assistito all’abbattimento di alberi, alla cementificazione di aree verdi, e alla progressiva perdita di quegli spazi che rendevano più accoglienti i quartieri, con l’allestimento delle cosiddette “piazze tattiche”, presentate come simbolo di modernità, ma vissute da molti cittadini come spazi poco curati e scarsamente sicuri nelle ore serali.

La sensazione è che il ceto medio, che è poi quello che ha costruito la forza economica di Milano, stia lentamente scomparendo; restano i più ricchi e i più fragili, e in mezzo una fascia sempre più ampia di persone che lavorano, pagano le tasse e fanno spesso fatica ad arrivare a fine mese.

Eppure io non voglio arrendermi!

Continuo a cercare il bello: un tramonto che colora i palazzi di rosa, un concerto all’aperto, una passeggiata al Parco Sempione, un caffè e un pasticcino presi con un’amica; rincorro quei piccoli momenti che, nonostante tutto, riescono ancora a ricordarmi perché amo questa bellissima città.

Non voglio arrendermi perché Milano è stata, e può tornare ad essere, una città per tutti.

Ma per cambiare rotta serve il coraggio di scegliere; alle prossime elezioni comunali spero quindi che i milanesi non restino a casa, perché l’astensione è il più grande alleato di chi governa da troppo tempo.

La vera democrazia funziona soltanto quando i cittadini partecipano e decidono.

Dopo anni di delusione credo che sia arrivato il momento di dare una possibilità all’alternanza, non per ideologia, ma per buon senso; nessuna amministrazione dovrebbe considerarsi “proprietaria” di una città: dopo tanti anni è giusto valutare idee innovative, energie nuove e una visione diversa per il futuro di Milano.

Una città non appartiene a una parte politica, appartiene ai suoi cittadini.

E i cittadini hanno sempre il diritto e il dovere di chiedere di più.

Non sogno una Milano perfetta, le città perfette non esistono.

Sogno una Milano più sicura, più vivibile, più giusta, una Milano che torni a premiare chi lavora, chi studia, chi costruisce il proprio futuro anche senza avere alle spalle grandi patrimoni.

Una Milano che non costringa i suoi figli ad andarsene per trovare una casa, un parcheggio o semplicemente un po’ di serenità.

Perché amare una città significa anche pretendere che possa essere migliore.

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