La possibile chiusura dello Spirit de Milan ha suscitato una reazione emotiva comprensibile. Da anni il locale di via Bovisasca rappresenta uno dei pochi esempi riusciti di rigenerazione urbana spontanea: un’ex area industriale recuperata e trasformata in luogo di incontro, musica, cultura popolare e socialità. Un pezzo autentico di Milano che rischia di scomparire. Per questo le parole del sindaco Giuseppe Sala e dell’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi, che hanno annunciato l’intenzione di cercare una mediazione con la proprietà, sono state accolte con favore da molti. Lo Spirit, dicono da Palazzo Marino, non è un semplice locale ma un presidio culturale, uno “spazio ibrido”, un servizio di prossimità che la città dovrebbe preservare.
Tutto vero. Ma forse la vicenda racconta qualcosa di più profondo e inquietante della possibile chiusura di un locale. La domanda che emerge è semplice: perché oggi Milano deve scegliere tra uno spazio culturale e degli alloggi per studenti? È questa la vera tragedia. Da una parte ci sono sessanta lavoratori, migliaia di frequentatori e una comunità costruita in oltre dieci anni di attività. Dall’altra ci sono studenti che cercano disperatamente una stanza in una città diventata economicamente proibitiva. Nessuno dei due interessi è sbagliato, nessuno dei due è illegittimo. Eppure vengono messi uno contro l’altro in una guerra tra poveri generata da anni di politiche urbanistiche e abitative incapaci di governare la trasformazione della città.
Milano è diventata una metropoli dove il costo della casa cresce più velocemente dei salari, dove il ceto medio viene progressivamente espulso e dove giovani lavoratori e studenti si contendono un numero insufficiente di alloggi mentre gli spazi sociali e culturali vengono compressi dalla pressione immobiliare.
Così si arriva al paradosso attuale: il locale jazz contro lo studentato, la pista da ballo contro il posto letto. Ma una città sana non dovrebbe essere costretta a scegliere. Una città è molto più della somma delle sue funzioni economiche: è un organismo vivente che ha bisogno di case, certo, ma anche di luoghi dove incontrarsi, divertirsi, creare relazioni e costruire comunità. Ha bisogno di spazi che generano identità oltre che rendita.
Quando si arriva al punto in cui un sindaco deve intervenire per decidere se sia più importante un locale culturale o una residenza per studenti, significa che qualcosa si è rotto molto tempo prima. Per anni Milano è stata raccontata come un modello di successo fatto di grattacieli, investimenti, fondi immobiliari e crescita dei valori immobiliari. Dietro questa narrazione, però, si è consumato un progressivo svuotamento della città reale. Attenzione: Milano non è una città fantasma nel senso comune del termine. Non è vuota, non è morta, non è abbandonata. Al contrario, è piena di persone, eventi, investimenti e attività. Il problema è più sottile: Milano rischia di non essere più una città nel senso pieno del termine.
Sta diventando un prodotto, un’esperienza, una piattaforma economica nella quale qualcuno decide, spesso con una certa dose di masochismo, di continuare a vivere nonostante costi e difficoltà crescenti. Le funzioni urbane vengono separate, monetizzate e messe in competizione tra loro. Il diritto all’abitare si scontra con il diritto alla cultura, gli studenti con i frequentatori dello Spirit, chi produce rendita con chi produce comunità.
Alla fine non vince nessuno, perché una città che deve scegliere tra un luogo dove vivere e un luogo dove ballare ha già perso entrambe le cose.
Per questo la battaglia sullo Spirit de Milan non riguarda soltanto il destino di un locale. Riguarda il modello di città che Milano vuole essere nei prossimi decenni. Se la sopravvivenza di uno spazio culturale dipende dalla benevolenza di un tavolo di mediazione convocato dal Comune, mentre il mercato immobiliare continua indisturbato a ridisegnare la geografia sociale della città, allora il problema non è lo Spirit. Lo Spirit è soltanto il sintomo. La malattia è una città che ha smesso di pensarsi come comunità e ha iniziato a considerarsi esclusivamente come un asset finanziario. E quando una città arriva a questo punto, non si sta più discutendo del suo futuro: si stanno semplicemente organizzando le esequie.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.