C’è una distanza enorme tra una piccola cantina di Ghemme e i grandi colossi internazionali del vino che oggi investono milioni in intelligenza artificiale.
Eppure quella distanza non si misura in ettari. Si misura nel rumore.
Da una parte ci sono le piattaforme predittive, i sensori nei filari, gli algoritmi che leggono il terreno, le immagini satellitari, i software che prevedono la maturazione dell’uva o l’andamento climatico. Dall’altra c’è ANCORA qualcuno che il vino lo ascolta.
A Ghemme, in provincia di Novara, c’è una piccola realtà che si chiama Quarna. Una cantina familiare, artigianale, profondamente legata all’Alto Piemonte e a quel modo quasi ostinato di fare vino senza trasformarlo in un prodotto industriale.
La conoscenza della cantina Quarna Vignaioli d’Alto Piemonte nasce per caso. O forse no.
Nasce da una mia esperienza che oggi sembra quasi rivoluzionaria nella sua semplicità: lo yoga tra le vigne guidato dalla straordinaria insegnante Desiré. Una domenica di maggio, tra filari e silenzio, respirando un territorio prima di degustarlo, insieme a Piera, Cinzia, Laura ed altre amiche.
Ed è probabilmente questo il punto. Alcune realtà non si comprendono entrando in un e-commerce o leggendo un report di marketing, ma vivendo fisicamente il luogo da cui nascono.
L’evento “Yoga e Degustazione tra le vigne” racconta perfettamente questa filosofia. Il vino non come prodotto, ma come esperienza lenta, quasi meditativa.
Il nome richiama inevitabilmente anche Francesco Quarna, voce nota di Radio Deejay, che da anni racconta un’idea di vino fatta di territorio, identità e imperfezione umana. Non il vino “perfetto” costruito per piacere a tutti, ma il vino che sa esprimere il territorio da cui nasce.
Ed è qui che la riflessione diventa interessante. Perché, mentre realtà come Quarna parlano di vigne, stagioni, esperienze e manualità, nel resto del mondo il settore vitivinicolo sta entrando in una nuova era: quella dell’ AI-driven wine.
Negli Stati Uniti, in California, molte grandi aziende vitivinicole utilizzano sistemi di intelligenza artificiale per monitorare irrigazione, stress idrico e qualità delle uve attraverso computer vision e predictive analytics.
In Australia e in Nuova Zelanda vengono impiegati droni e modelli predittivi per ottimizzare la resa delle vigne.
In Francia, alcune maison stanno sperimentando sistemi di machine learning per anticipare malattie delle viti e modificazioni climatiche.
Persino l’enoturismo sta cambiando: chatbot, degustazioni virtuali personalizzate e sistemi di raccomandazione basati sui dati dei consumatori stanno entrando nel mondo del vino.
La tecnologia, naturalmente, non è il nemico. Sarebbe superficiale raccontarla così.
L’intelligenza artificiale può aiutare a ridurre sprechi, migliorare la sostenibilità, proteggere le colture, prevedere eventi climatici estremi. Può diventare uno strumento prezioso, soprattutto in un settore che oggi deve fare i conti con crisi ambientali sempre più aggressive.
Ma il punto è un altro. Che cosa accade quando il vino smette di essere un racconto umano e diventa un dato?
Perché il rischio esiste davvero.
Esiste il rischio di vini costruiti sugli algoritmi di gradimento.
Esiste il rischio di etichette pensate più per i motori di raccomandazione che per il territorio.
Esiste il rischio di standardizzare il gusto mondiale attraverso piattaforme, recensioni e analisi predittive dei consumatori. Studi internazionali stanno già analizzando milioni di recensioni online per modellare preferenze e comportamenti degli utenti nel settore wine-tech.
E allora forse la vera domanda non è se l’intelligenza artificiale entrerà nel vino. Perché è già entrata.
La domanda è un’altra: quanto spazio resterà all’errore umano, all’intuizione, all’annata difficile, alla scelta non ottimizzata?
In fondo, un algoritmo tenderà sempre alla prevedibilità. Un vignaiolo no.
Ed è probabilmente questo il valore delle piccole realtà come Quarna: ricordare che il vino non nasce in laboratorio, ma da un equilibrio fragile tra terra, clima, esperienza e sensibilità.
Nel tempo dell’intelligenza artificiale che calcola tutto, il lusso vero potrebbe diventare proprio ciò che non è perfettamente calcolabile.
Un vino che non assomiglia a nessun altro.
Una bottiglia che racconta un territorio invece di inseguire un algoritmo.
Una cantina piccola abbastanza da poter scegliere di restare umana.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.