Ci sono numeri che non hanno bisogno di interpretazioni, perché parlano da soli. Il Comune di Milano ha pubblicato un avviso per il progetto “Milano Welcome”, il sistema cittadino di accoglienza e integrazione, mettendo sul tavolo una cifra che lascia poco spazio a dubbi: 66.279.000 euro. Sessantasei milioni. Non qualche intervento residuale, non un fondo sperimentale, ma una delle voci più consistenti di spesa sociale della città.
Il punto non è nemmeno entrare nel merito astratto dell’accoglienza, perché qui il problema è molto più concreto e immediato: il confronto con il resto. Basta guardare quanto viene destinato ad altri ambiti per capire che qualcosa si è rotto nella gerarchia delle priorità. I centri anziani, che rappresentano un presidio quotidiano contro la solitudine e il declino sociale di una fascia sempre più ampia della popolazione, ricevono cifre che non arrivano nemmeno a 300.000 euro. Non è una differenza, è un abisso.
E allora diventa difficile accettare la narrazione di una città che “non ha risorse”, che deve continuamente fare i conti con vincoli di bilancio e sacrifici inevitabili. Perché le risorse, evidentemente, ci sono. Il problema è dove vengono messe. Quando si trovano decine di milioni per un capitolo di spesa e si lasciano le briciole su un altro, non si può parlare di emergenza finanziaria: si deve parlare di scelta politica precisa.
Una scelta che manda un segnale altrettanto preciso. Da un lato si investe in modo massiccio in un sistema di accoglienza che cresce anno dopo anno; dall’altro si lascia indietro chi è già parte della comunità, chi vive nei quartieri, chi spesso non ha voce e non fa notizia. Gli anziani non organizzano proteste, non occupano spazi pubblici, non sono al centro del dibattito mediatico. E forse anche per questo finiscono sistematicamente in fondo alla lista.
Il risultato è una città che rischia di perdere il senso stesso di equilibrio nella gestione del proprio welfare. Perché non è in discussione l’esistenza di politiche di accoglienza, ma la loro dimensione rispetto al resto. Sessantasei milioni contro poche centinaia di migliaia non è una proporzione difendibile: è uno squilibrio evidente, che riflette un’impostazione ideologica prima ancora che amministrativa.
Milano continua a presentarsi come una città efficiente, inclusiva, capace di governare i fenomeni complessi. Ma quando si entra nel dettaglio dei numeri, emerge un’altra immagine: quella di un’amministrazione che sceglie di concentrare risorse enormi in un ambito specifico, lasciando scoperti altri bisogni fondamentali. E a quel punto la domanda non è più se sia giusto o sbagliato investire nell’accoglienza. La domanda vera è perché, a fronte di cifre così imponenti, tutto il resto debba accontentarsi delle briciole.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.