Quello che è accaduto in Consiglio comunale a Milano sul gemellaggio con Tel Aviv non è solo l’ennesimo episodio di tensione politica locale. È qualcosa di più profondo: una crisi di metodo, prima ancora che di merito, che mette in discussione il funzionamento stesso delle istituzioni democratiche.
Tutto nasce dalla scelta del sindaco Beppe Sala di non dare seguito all’ordine del giorno approvato dall’aula, che chiedeva la sospensione dei rapporti istituzionali con Tel Aviv. Una decisione maturata anche dopo il confronto con il sindaco Ron Huldai, e motivata con l’idea di mantenere aperto un canale di dialogo, una “fiammella” da non spegnere.
Una posizione politicamente comprensibile, forse persino condivisibile per chi ritiene che il dialogo tra città abbia un valore autonomo rispetto ai conflitti internazionali. Ma istituzionalmente problematica.
Perché qui si apre il primo, vero punto: una delibera votata dal Consiglio comunale non è un’opinione. È un atto politico che vincola l’azione amministrativa. Si può essere in totale disaccordo — e nel caso specifico le ragioni per esserlo non mancano — ma ignorarla significa svuotare di senso il ruolo dell’assemblea elettiva. Se passa il principio per cui una decisione dell’aula può essere accantonata perché “non è il momento”, allora la democrazia rappresentativa diventa opzionale, subordinata alla valutazione contingente dell’esecutivo.
Ed è qui che emerge il paradosso più evidente di tutta la vicenda.
I Verdi — e una parte del Partito Democratico — hanno promosso un’iniziativa che, nel merito, appare profondamente sbagliata. Pensare che la sospensione di un gemellaggio possa incidere in modo significativo su un conflitto complesso come quello mediorientale è, nella migliore delle ipotesi, un gesto simbolico; nella peggiore, un atto che finisce per colpire il livello più dialogico e civile delle relazioni internazionali, quello tra comunità locali.
Non solo. In questo tipo di impostazione si intravede un problema ancora più serio: una crescente difficoltà, in una parte della sinistra, a distinguere tra critica politica e ambiguità morale. Tacere — o parlare troppo poco — del terrorismo di organizzazioni come Hamas e Hezbollah mentre si invocano sanzioni simboliche contro una città come Tel Aviv rischia di produrre un cortocircuito etico e politico. E dentro questo cortocircuito si insinua un rischio che in Europa non può mai essere sottovalutato: quello dell’antisemitismo, che è molto più concreto e storicamente radicato di quanto non sia una generica e spesso evocata islamofobia.
Eppure, proprio questi stessi attori politici che hanno promosso una scelta discutibile nel merito, hanno ragione su un punto fondamentale: le regole democratiche non si applicano “a convenienza”. Non si rispettano solo quando producono decisioni condivise, ma soprattutto quando producono decisioni che non si condividono.
È questo il nodo che il sindaco Sala sembra aver sottovalutato. Nel tentativo di mantenere una posizione equilibrata sul piano internazionale, ha finito per indebolire il piano istituzionale interno. E quando il rapporto tra giunta e Consiglio si incrina, la tenuta politica complessiva ne risente inevitabilmente.
Ma ciò che è accaduto in aula aggiunge un ulteriore livello di gravità.
Le proteste, le interruzioni, le bandiere esibite al centro dell’emiciclo, la sospensione dei lavori: tutto questo non è solo folklore politico. È un segnale preciso. Impedire o ostacolare il funzionamento dell’assemblea rappresentativa significa colpire il cuore stesso della democrazia locale. E farlo alla vigilia del 25 aprile — la festa che celebra la Liberazione e la rinascita delle istituzioni democratiche — ha un valore simbolico difficilmente ignorabile.
Se c’è una lezione che la storia italiana dovrebbe aver sedimentato è che la democrazia non è solo nei valori proclamati, ma nelle procedure rispettate. Non basta richiamarsi alla Resistenza, bisogna praticarne l’eredità: il rispetto delle istituzioni, del confronto, delle regole.
In questa vicenda, nessuno esce davvero rafforzato.
Il sindaco ha mostrato una fragilità istituzionale nel rapporto con il Consiglio. I Verdi hanno portato avanti una posizione politicamente e moralmente discutibile. E una parte della maggioranza ha trasformato il dissenso in un gesto che ha finito per danneggiare proprio quello spazio democratico che dice di voler difendere.
Il risultato è un cortocircuito perfetto: si invoca la democrazia mentre la si indebolisce, si parla di pace mentre si radicalizza il conflitto, si difendono principi mentre si smarriscono le regole.
E questo, più del gemellaggio in sé, è il vero problema politico emerso a Milano.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.