“Perché la stupenda frase: ‘la giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle e non davanti ai magistrati?” (Giulio Andreotti)
di Berardino Grillo – So far di conto. Non sono un giurista, né un avvocato: ma, ho studiato diritto alla ragioneria. Ho l’accortezza e l’umiltà di documentarmi su temi che non conosco a fondo. Riprendo le parole di Andrea Bocelli, dall’intervista concessa al quotidiano Libero: “…non mi sento in grado di esprimere un giudizio serio e consapevole. Per questo mi affido al parere di giuristi di valore che hanno affrontato l’argomento con competenza e onestà intellettuale”. Insomma, mi sono documentato, non senza impegno e fatica.
Il referendum sulla riforma della giustizia, che focalizza il tema sulla c.d. separazione delle carriere, al solito, come spesso è accaduto in Italia, ha creato una spaccatura netta tra i fautori del SÌ e quelli del NO, entrambi posizionatisi sulle due sponde contrapposte del percorso che sfocerà nei seggi di votazione nei due giorni di domenica e lunedì prossimi. La singolar tenzone ha acceso gli animi soprattutto dei magistrati duellanti, seguiti da intellettuali, giornalisti, vip, influencer, vari personaggi dello sport e dello spettacolo, i diversi media, eppure l’anonimo cittadino qualunque. Diciamolo: s’è ingrossato… il Rubicone ed è tracimato! Il dado non è tratto, siamo sinceri: che c’azzecca una separazione tra i magistrati con un divorzio da un governo in carica la cui…quadrireme (non flotilla) sebbene navighi in procellose acque, al momento non è affondata! Insomma, citando il nostro Bocelli: “c’è il rischio che si voti in base a simpatie e antipatie politiche”.
Il nostro Paese ha una solida e millenaria tradizione, lasciataci in dote dai Latini, e da noi stessi premurosamente e pragmaticamente coltivata nei secoli: è la civiltà giuridica che ha permeato tutti gli aspetti del nostro carpe diem, coinvolgendo l’Occidente oggi conosciuto ed apprezzato. Noi che abbiamo istruito i barbari, siamo i primi a ritornare nei boschi abbrunati dalla barbarie!
Nell’imminenza della primavera, è venuta meno la “dialettica dei contenuti” rivendicata dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio. E, già prima, il Capo dello Stato, Mattarella, aveva invitato tutti a rientrare nell’alveo dell’educata e democratica discussione con toni appropriati, appellandosi al dovuto rispetto “vicendevole” tra le istituzioni.
Andrea Pamparana, giornalista e scrittore, in un bellissimo ed istruttivo articolo sul quotidiano ‘La Ragione’ dell’altro ieri (‘Offesa alla civiltà giuridica’), in merito alla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, cita la riforma del socialista Giuliano Vassalli (Guardasigilli dal 1987 al 1991, e presidente della Corte Costituzionale dal 1999 al 2000) che, ineludibilmente, necessita della riforma di Nordio costituendone (questa, sotto esame referendario), la naturale evoluzione di quella del 1989. Il Codice di Procedura Penale italiano entrato in vigore in detto anno, appunto, Riforma Vassalli, segnò il passaggio epocale dal modello inquisitorio (del Codice Rocco) a quello accusatorio (così avvicinando il nostro processo penale ai sistemi anglosassoni), introducendo la parità tra accusa e difesa davanti ad un giudice terzo, con prove formatesi nel dibattimento (c.d. principio del contraddittorio). Il Giudice Terzo è garante dell’imparzialità, separato dalla funzione di indagine.
“Il termine ‘civiltà giuridica’ non riguarda soltanto le leggi scritte ma soprattutto il modo in cui il diritto viene pensato, interpretato e applicato. Nel diritto penale la ‘civiltà giuridica’ si manifesta attraverso il principio di legalità, la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa, il fondamentale giusto processo” (lucido pensiero di Andrea Pamparana).
Ancor più sinteticamente: “Il triangolo virtuoso su cui si fonda la riforma della giustizia al vaglio degli elettori è il seguente: merito, imparzialità e sorteggio” (riflessione di Luigi Tivelli, scrittore, politologo e giurista, su ‘Libero’). Tivelli aggiunge una chiosa sul sorteggio: “…c’è una sorta di eterogenesi dei fini”. E cita Michele Ainis, costituzionalista, saggista ed editorialista, “che più e meglio ha illustrato le ragioni del sorteggio, per organismi di tipi istituzionale” (Tivelli).
Il sorteggio, quale possibile strumento virtuoso anche in una democrazia moderna, onde “spezzare il gioco delle fazioni para politiche (…); teso anche a prevenire il rischio di corruzione o maneggi vari” (già dall’antica Grecia!). Per Erodoto (insigne storico e geografo greco antico: il “padre della storia”, come lo definì Cicerone), “il sorteggio era modello di fondo per quella culla della democrazia che è stata Atene oltre 2500 anni fa”. Insomma: “il sorteggio è quanto di più imparziale ed egualitario si possa sostenere”! (Osservazioni a credito del Tivelli).
Eterogenesi dei fini. Un caso concreto, un’immagine del comportamento di Giuda che consegna Gesù ai carnefici: è un’azione salvifica che, conseguendo la morte e la resurrezione di Cristo, consente, svela la redenzione dell’umanità. Chi poteva immaginarlo! Se non Lui.
Secondo questo principio, le conseguenze delle nostre azioni sono più grandi e imprevedibili di quanto noi possiamo prevedere, o immaginare nel momento in cui si agisce. Un altro esempio è la c.d. “mano invisibile” di Adam Smith che regola gli effetti diversi conseguenti alle azioni dei soggetti economici che operano nel mercato e che intenzionalmente perseguivano.
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