A.L.Fa., il welfare come scelta di giustizia

Attualità

Il 25 febbraio la vicepresidente ed assessore regionale Elena Chiorino, insieme alla consigliera regionale Daniela Cameroni e al Presidente della Provincia di Novara Marco Caccia, ha presentato a Novara il Piano A.L.Fa. – Accordo Lavoro Famiglia. Un progetto che merita attenzione per la sua impostazione strutturale. La conciliazione non viene evocata come formula di circostanza, ma trattata come architettura concreta di diritti, capace di incidere su lavoro, cura, autonomia economica e pari opportunità.

Gli obiettivi sono definiti con precisione. Agevolare la conciliazione vita-lavoro, favorire l’occupazione femminile, sostenere il rientro e la permanenza nel mercato del lavoro, incentivare la diffusione di nidi e micronidi di prossimità in attuazione del sistema integrato piemontese previsto dalla L.R. 30/2023.

Non si tratta di enunciazioni neutre. Sul piano giuridico richiamano il principio di uguaglianza sostanziale, perché quando l’organizzazione sociale rende strutturalmente più gravoso il lavoro di cura per una sola parte, la disuguaglianza non è episodica ma sistemica.

Il contesto conferma la necessità dell’intervento. In Piemonte il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni è pari al 63,6 per cento, superiore alla media nazionale che si attesta al 53,6 per cento. Il gender gap occupazionale resta comunque di 10,6 punti percentuali, contro i 17,8 a livello nazionale.

Il dato regionale è più virtuoso, tuttavia la distanza tra uomini e donne nel lavoro continua a produrre effetti concreti su reddito, carriera e prospettive pensionistiche.

Particolarmente significativo è il rapporto tra occupazione delle donne con figli e senza figli nella fascia 25-49 anni. In Piemonte il valore è 82,2, mentre in Italia è 73,0.

Quanto più il valore si avvicina a 100, tanto più maternità e lavoro riescono a convivere senza penalizzazioni. Il Piemonte si colloca in una posizione avanzata, sebbene non ancora pienamente soddisfacente. Ed è in questo scarto che si misura la funzione della politica pubblica.

Il Piano A.L.Fa. mette a disposizione circa 17 milioni di euro e si articola in due linee di intervento.

La prima riguarda i Piani Integrati di Welfare per la Vita e il Lavoro, con una dotazione di 8 milioni di euro.

Possono accedere PMI piemontesi aggregate in ATI o ATS, soggetti aggregatori del welfare territoriale e, in forma collaborativa con altri attori locali, anche grandi imprese.

Il contributo è a fondo perduto, fino al 75 per cento dell’investimento, con un massimale di 250.000 euro, nell’ambito di un bando pubblico regionale annunciato entro febbraio 2026.

I servizi finanziabili incidono direttamente sull’organizzazione del lavoro e della cura. Sono previste misure di lavoro agile con strumenti tecnologici ed assistenza operativa, servizi per minori quali rette, pre e post scuola, nidi aziendali e baby sitting, interventi di assistenza per familiari fragili, iniziative in ambito sanitario, mobilità sostenibile e congedi parentali. Si interviene dunque sulle condizioni materiali della conciliazione, non con trasferimenti indistinti ma con strumenti strutturali.

La seconda linea prevede voucher di conciliazione per una dotazione di 8,5 milioni di euro.

Le destinatarie sono donne occupate e donne disoccupate inserite in percorsi di politiche attive, con ISEE fino a 40.000 euro.

Il contributo può arrivare a 6.000 euro per famiglia, per un periodo di 12 mesi anche non consecutivi. La gestione è affidata a un provider esterno, senza anticipo né obbligo di rendicontazione, con avvio previsto nella seconda metà del 2026. Dal punto di vista tecnico-amministrativo, l’assenza di anticipazioni e di rendicontazione rappresenta un elemento rilevante. Ridurre l’onere burocratico significa aumentare l’accessibilità effettiva della misura, soprattutto per chi dispone di minori margini finanziari.

Un ulteriore aspetto merita attenzione. Il welfare per la conciliazione non viene riservato esclusivamente alle fasce più fragili, estendendosi anche alle classi medie, oggi esposte all’erosione del potere d’acquisto.

Non è assistenzialismo, ha precisato la Dott.ssa Chiorino, è la costruzione di un’infrastruttura sociale diffusa, volta a sostenere l’autonomia economica e la permanenza nel lavoro.

Conciliare non è una concessione. È una condizione per l’effettività dei diritti, per la libertà di scelta, per la tenuta del sistema produttivo. In termini giuridici, è attuazione concreta del principio di uguaglianza sostanziale.

Il lavoro privo di strumenti di conciliazione genera squilibri strutturali. E gli squilibri strutturali, nella storia sociale, prima o poi chiedono di essere ricomposti.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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