Nove morti in poco più di un mese.
Nove persone senzatetto, senza protezione, senza voce. Nove vite spente sotto il cielo di Milano, mentre la città corre, festeggia, si racconta come capitale europea del successo, dell’efficienza, dei grandi eventi. L’ultimo nome si aggiunge a una lista che ormai ha il peso di una strage silenziosa. Venerdì 13 febbraio, nei pressi del velodromo Vigorelli, un uomo di circa sessant’anni è stato soccorso dal 118 mentre dormiva su un giaciglio di fortuna in via Arona. Un malore improvviso, la corsa disperata al pronto soccorso dell’ospedale Sacco, poi la morte in serata. Nessuna violenza, nessuna aggressione: solo il freddo, la fatica, l’abbandono.
Era stato presentato come l’ottavo decesso dall’inizio dell’anno. Ma i numeri, quando si parla di vite umane, vanno detti con precisione. Perché con la morte in ospedale di Abdu, che dormiva in corso Lodi, il conto sale a nove. Nove senzatetto morti in 45 giorni. Una media che dovrebbe scuotere qualsiasi coscienza pubblica. E invece, il silenzio.
Milano è una città che non perde occasione per celebrare se stessa: i rendering delle Olimpiadi, i cantieri raccontati come rinascita, i selfie con gli atleti, le passerelle istituzionali, le narrazioni patinate di una metropoli “inclusiva”. Ma mentre il sindaco non manca mai uno scatto accanto a un olimpionico, non una parola, non un gesto pubblico, non un’assunzione di responsabilità per chi muore per strada, di notte, al freddo, nell’indifferenza generale.
Questa non è emergenza. Questa è rimozione politica.
Lo ha detto con parole chiarissime anche Mario Delpini, Arcivescovo di Milano, senza giri di parole né attenuanti:
«La morte di una persona perché non ha casa è uno scandalo per Milano»
Uno scandalo, sì. Uno scandalo morale prima ancora che sociale. Perché una città che accetta come “normale” che si possa morire di freddo o di stenti a pochi metri da ospedali, palazzi istituzionali e nuove architetture del lusso, è una città che ha smarrito la bussola. Non si tratta di fatalità. Non si tratta di sfortuna. Si tratta di scelte politiche, di priorità dichiarate e praticate.
Ogni notte passata sotto le stelle “crudeli” di Milano, ogni giaciglio improvvisato sotto un ponte o accanto a un velodromo, è il risultato di un sistema che preferisce non vedere. E ogni morte aggiunge un nome – spesso nemmeno identificato – a una contabilità che nessuna giunta dovrebbe accettare. Nove morti non sono un incidente statistico. Sono una accusa. E il silenzio delle istituzioni, oggi, pesa quasi quanto il freddo che li ha uccisi.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.