C’è qualcosa di profondamente rivelatore nelle parole con cui Beppe Sala ha annunciato che “entro questa settimana” riempirà la casella dell’assessorato alla Sicurezza, insieme al conseguente giro di deleghe. Non tanto per l’ennesima promessa di chiudere un capitolo che da settimane resta ostinatamente aperto, quanto per ciò che questa fatica dice dello stato di salute, politica e culturale, della sinistra milanese sul tema della sicurezza.
Sala rivendica il metodo: dibattiti inevitabili, mediazioni necessarie, sintesi da trovare “per il bene di tutti”. E sottolinea come, per chi governa, sia spesso più complesso gestire gli equilibri interni che il confronto con l’opposizione. Tutto vero, per carità. Ma quando il nodo da sciogliere riguarda proprio la sicurezza urbana, la lentezza e l’incertezza diventano un fatto politico, non solo organizzativo.
Il problema è evidente: la difficoltà di individuare un assessore credibile alla Sicurezza non è un incidente di percorso, ma il riflesso di quanto questo tema sia rimasto marginale, se non imbarazzante, per la sinistra. Per anni la sicurezza è stata trattata come una concessione al “lessico della destra”, più che come una funzione essenziale dell’amministrazione pubblica. Il risultato è una cronica carenza di figure politiche riconoscibili, competenti e legittimate su questo terreno, soprattutto secondo i criteri, rigidi e selettivi, che lo stesso Sindaco ha sempre rivendicato.
Nel frattempo, Sala guarda con interesse a ciò che si muove nell’area riformista. La sua partecipazione all’assemblea “Verso Casa Riformista”, promossa da Italia Viva, e le parole spese su Matteo Renzi vanno lette nello stesso quadro. Nessuna adesione, nessuna confluenza automatica, ma il riconoscimento che ignorare quel pezzo di iniziativa politica sarebbe miope. Un messaggio, anche questo, rivolto più agli alleati che agli avversari.
Eppure il punto resta: mentre si discute di “campi progressisti” e di nuove geometrie centriste, Milano continua ad attendere un assessore alla Sicurezza. Un’attesa che pesa, perché parla di una città in cui la percezione di insicurezza cresce e in cui l’amministrazione sembra arrancare non tanto sulle soluzioni, quanto sulla definizione stessa del problema.
Il rimpasto, insomma, assomiglia sempre più a un esercizio di equilibrismo degno di Beppe il Pasticciere. Molta attenzione alla forma, alle dosi, agli incastri, ma poca chiarezza sulla ricetta finale. E finché la sicurezza resterà un ingrediente scomodo per la sinistra, ogni rimpasto rischierà di essere solo l’ennesimo tentativo di prendere tempo. Invece che una risposta credibile ai cittadini.
(L’immagine di copertina è fatta con l’Intelligenza Artificiale. Doverlo specificare rende l’idea dell’epoca buia in cui viviamo)

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.