“L’assenza delle luminarie in quella via breve, forse duecento metri in zona Niguarda era “la mostra” plateale di un quartiere periferico, povero, di edilizia grigia, malinconica, popolare, arrugginita dal tempo e dal sacrificio degli abitanti. Tre negozi essenziali per il pane, la frutta e la verdura e il macellaio per la carne e gli insaccati. Un tunnel di buio che sembrava volesse negare la gioiosa atmosfera delle feste di Natale e di fine anno: i tre commercianti in quel lontano 1963 avevano deciso che l’elettricità costava troppo per gli addobbi e le luci in strada. “D’altronde la festa sta nel cuore…”, dicevano. Ma la strada era un deserto di miseria, squallido, quasi ostile e non bastava quell’unica lampada a terra, all’ingresso della macelleria a dare vivacità e calore.
Ogni sera, dopo aver fatto visita a mia madre ricoverata all’ospedale, percorrevo svelta quella minuscola via per abbracciare la mia casa rugosa di muffa. Ma c’era nella vetrina del panettiere un panettone, unico e solo, vestito di un rosso trionfale e un fiocco argentato, quasi fosse un pavone che mostra la ruota. Accanto una abat-jour che lo illuminava quasi fosse un oggetto davvero “speciale” e bellissimo.
Avevo vent’anni, sentivo vibrare la sua solitudine nell’anima, un amico in attesa, soffice come la dolcezza, con scintille un po’ aspre nei dettagli d’agrumi, tenerissimo nell’offerta dell’uva passa. Il vestito sontuoso chiedeva musica, giochi, festa senza limiti di tempo, un’eternità di amicizie e di risate. Ma ogni sera era lì, forse attende il mio abbraccio, fantasticavo, eppure era il più bel panettone artigianale che io avessi mai visto.
Voci scintillanti di progetti si accavallavano rincorrendosi, il profumo delle pulizie accurate, le candele accese in tavola, i sorrisi lieti, in quella casa. “la tovaglia nuova, quella ricamata…i tovaglioli rossi…hai finito il presepe?… e il panettone Motta comprato allo spaccio sul calorifero ad aspettare il suo turno. E il capofamiglia per la notte della vigilia canticchiava “Tu scendi dalle Stelle” con voce sicura, da solista nel coro della Chiesa.
Era semplicemente così il Natale con papà “Maio” operaio alla Pirelli, uno dei più bravi, che meritava un buono per l’acquisto delle scarpe o uno scampolo di stoffa per il cappotto.
Una preghiera nel silenzio dei desideri
E cielo e terra e mare invocano
la nuova luce che sorge sul mondo,
luce che irrompe nel cuore dell’uomo,
luce allo stesso splendore del giorno.
Tu come un sole percorri la via,
passi attraverso la notte dei tempi
e dentro il grido di tutto il creato,
sopra la voce di tutti i profeti.
A te che sveli le sacre Scritture
ed ogni storia dell’uomo di sempre,
a te che sciogli l’enigma del mondo
il nostro canto di grazia e di lode
(David Maria Turoldo)
Le campane declinavano un freddo che feriva il viso, le mani, la smorfia di un sorriso contratto, nel candore quasi scherzoso e beffardo della neve invadente e insidiosa. Sola, minuta, finalmente in casa, in un lungo monologo con se stessa, con una vita arida di colori, riversata con brutale stanchezza su un divano ironicamente a fiori giganti che volevano vivere, partecipare…ma a che cosa?
Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle
Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata (Giuseppe Ungaretti)
“Era la Vigilia di un Natale sbiadito e uggioso: la malinconia densa di pensieri, condannava il tempo senza volontà…nulla sembrava interrompere la triste monotonia, ma il sole della vita diventò un’urgenza e comprai esaltata e fiera, quel panettone degno del sorriso, del trionfo.
Con uno slancio d’affetto ritornai a dialogare “Caro papà, da lassù e cara mamma costretta in un letto, questa sera brinderete con me, con i sapori mai dimenticati della gioia condivisa…e non importa se la cena è formaggio e puré, ci sono anche i mandarini e i datteri…roba di lusso, con la tovaglia ricamata, una bottiglia di spumante…sì certo, papà sarai a capotavola in quella bella fotografia accanto al platano gigante e tu mamma con l’ultimo vestito nuovo blu con il colletto bianco…”
Con il cuore vedevo la loro presenza, ascoltavo quel “ciciarem” di soddisfazione…presto, devo fare in fretta…il presepe non può aspettare…ci sono anche le pecorelle e un pastore senza una gamba…
E venne il momento del taglio del panettone. Una fetta a te, papà, una fetta a te, mamma, una fetta alla vicina disabile così amica della mamma…ma meglio chiamarla e ricordare insieme.
A mezzanotte il miracolo di Natale: bussano alla porta con una stella di Natale e una fetta di panettone Maddalena e Franco, Luciana ed Enzo, così, per farmi compagnia. Ed io vedevo nei loro occhi la trasparenza della sincerità.
Un canto: l’antica filastrocca con l’emozione in gola “Tu scendi dalle stelle…”
La neve sorrideva …oh quanto sorrideva”.
Dal libro “i Racconti dell’Anima” di Nene Ferrandi

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano
Bel racconto!