Girasole

Via Dezza: dove un girasole resiste alla cattiveria

Milano

Da sette anni, ogni mattina, la madre di Alessandro – il ragazzo di 15 anni morto durante una partita di basket nel 2017 – lascia un girasole sul cancello del campetto di via Dezza. Un gesto silenzioso, che qualcuno ha iniziato a ostacolare strappando i fiori. La donna ha risposto con un biglietto scritto come se fosse proprio suo figlio a parlare: «Non strapparmi. Non mi sono più rialzato dopo essere caduto su questo campo. Questo girasole mi ricorda». Anche quel biglietto, però, è stato imbrattato con una frase cattiva e sgrammaticata: «Se tutti mettono un fiore per ogni morto, Milano sarebbe una pattumiera». Da lì, però, la città si è mossa. Online e, soprattutto, in quel luogo.

Un’ora al campetto: dieci persone, dieci storie, un solo messaggio

Sono stato in via Dezza per un’ora, sul fare del tramonto. Non c’erano eventi o richiamo mediatico: solo una sera qualsiasi. Eppure, una dopo l’altra, dieci persone sono venute a lasciare un fiore.
Dieci piccoli atti di vicinanza. Dieci modi di dire: questa storia ci riguarda. Il primo è stato un padre con la figlia: «Era amico di mio nipote, siamo venuti per rispetto». Poi una coppia che conosceva Alessandro da piccolo.

Sul lato del campo c’era, come sempre, l’uomo che se ne prende cura: è lì ogni giorno, controlla che non ci siano rifiuti o vetri a terra, parla con i ragazzi che vengono a giocare. Non ha potuto comprare un fiore, perché è disoccupato, ma ha voluto ringraziare chi li portava anche per lui: «È come se li mettessi anch’io». A metà dell’ora è arrivata una troupe della Rai: tornava a filmare perché il muro di girasoli cresceva a vista d’occhio, coprendo ormai metà della lunga rete che separa il campo dal portone all’angolo. Nella luce del tramonto sembravano quasi incendiati di giallo.

Poi è arrivato un signore filippino con un mazzo enorme, sproporzionato rispetto al cancello ma perfetto nella sua esagerazione affettuosa. Lo ha posato piano, quasi con timore. I fiorai della zona, intanto, stavano finendo le scorte: «Mai venduti così tanti girasoli in un pomeriggio», ha detto una donna con gli ultimi tre rimasti tra le braccia. È passato anche un padre appassionato di basket.

E infine è arrivato il consigliere di Fratelli d’Italia del Municipio 1 Lorenzo La Russa, a lasciare due girasoli, uno per Alessandro e uno per la sua mamma, che ha raccontato la vicenda sul suo profilo Instagram e ora spinge perché il campo venga intitolato ad Alessandro e riqualificato. In quell’ora, non ho visto indifferenza. Ho visto Milano.

Una città che preferisce fiorire

In rete le proposte si moltiplicano: un Torneo Girasole, dipingere un enorme fiore sulla lunetta o sul centrocampo, riempire tutto il perimetro di fiori tramite una raccolta fondi, intitolare ufficialmente il campetto. Ma la cosa più importante è già successa: quel gesto vile non ha spento niente. Ha acceso tutto. Quando sono andato via, il cielo era sceso sul campetto, ma il giallo dei fiori restava vivo, come una piccola veglia accesa. Nel silenzio di via Dezza, sta sbocciando un girasole che nessun pennarello nero potrà mai cancellare.

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