Il Modello Milano voluto da Sala è fallito. Anche per la sinistra Riformista. Roberto Biscardini, già Docente presso la Facoltà di Architettura, lucidamente ne esamina le cause, facendo proposte.
Il convegno del 16 e 17 ottobre che si è tenuto a Milano nella sala delle ACLI, sul “Modello Milano, anatomia di un sistema-città”, ha offerto l’occasione per fare il punto sulla questione urbanistica milanese e aprire una prospettiva nuova. Quella della necessità che il Comune si riappropri delle proprie competenze, non delegando più a privati, speculatori, sviluppatori immobiliari e sistema finanziario le sorti della città.
Un primo passo decisivo, in un periodo di grandi contestazioni, per ridare al cittadino la speranza che si possa cambiare pagina e che la politica possa ancora avere un peso.
Che è finito il tempo in cui, oltre ad una cattiva gestione, si è delegato alla rendita la decisione sulle grandi trasformazioni urbane, nel disprezzo più generale della forma della città.
Infatti, chi ha deciso che alcune Facoltà della Statale lasciassero Città Studi per finire nelle aree di Arexpo, o chi ha deciso che l’Istituto Besta e l’Istituto dei Tumori finissero a Sesto San Giovanni, se non gli sviluppatori di quelle stesse aree?
Ed è finito il tempo in cui la città si è trasformata da inclusiva ad estrattiva e con ciò programmando, coscientemente o meno, la sua decadenza ed il suo declino, così come sta avvenendo in tutte le realtà estrattive del mondo.
La domanda da porsi oggi è: si può invertire la tendenza? Certamente sì. Con una precisa politica degli interventi e con una visione della città alternativa a quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Ma occorre coraggio.
Tralascio di affrontare questioni di cui abbiamo dibattuto molto in questi ultimi anni, dal Salva Milano, alla vicenda vergognosa della svendita di San Siro e alla necessità di recuperare almeno in parte ciò che la rendita ha lucrato, mi limito a sottolineare quattro questioni.
1. La politica degli interventi per la Milano alla grande scala.
Recuperando un dibattito che era già oggetto di attenzione negli anni ’80 e ’90, le politiche alla scala della grande area urbana policentrica, quella dei “sette milioni di abitanti”, molto più grande della stessa città metropolitana, con la quale era stato da sempre stipulato un patto non scritto, che aveva garantito la prosperità sia a Milano che al suo grande intorno. L’area urbana policentrica secondo la quale tutti erano cittadini milanesi, sia quelli che abitavano dentro Milano, sia quelli che abitavano fuori. Milano poteva contare sulla ricchezza che gli derivava dall’intero sistema territoriale ma in cambio garantiva opportunità di lavoro, accoglienza, accesso all’edilizia sociale, cultura, istruzione e servizi.
Era l’area del policentrismo territoriale, quella che convenzionalmente era in grado di garantire l’accessibilità ai suoi abitanti entro un tempo ragionevole. Questa idea di città inclusiva è venuta sempre meno a causa di politiche sempre più milanocentriche. E ciò è avvenuto, anche alla scala più ridotta della città metropolitana, paradossalmente proprio nel momento in cui il Sindaco di Milano ha assunto la carica di Sindaco della città metropolitana stessa.
Così Milano si è chiusa egoisticamente al proprio interno, dimenticando insieme alle periferie le grandi opportunità della grande area urbana, ed espellendo circa 40.000 residenti all’anno per più di 10 anni.
2. Garantire il diritto alla mobilità.
Partendo dalla considerazione che alla grande scala il sistema dei trasporti non è migliorato rispetto a quello di alcuni decenni fa, ad eccezione delle metropolitane urbane che sono l’unica cosa che funziona con frequenze e portate elevate. Molti sono gli interventi da fare, dal miglioramento del sistema dei trasporti urbani di superficie, alla necessità di coprire il deficit di un sistema ferroviario regionale che non è ancora decollato.
Ma al primo posto e con assoluta priorità bisogna riprendere in mano il progetto del Secondo passante ferroviario con andamento nord ovest- sud est, da Certosa, a Pagano, a Romana. Quello che Tognoli fece proprio come Ministro delle aree urbane.
Un’opera che giace nei cassetti della Regione e del Comune da almeno 30 anni, indicato come strategico già in una seduta del consiglio comunale del 1991, derubricato dal sindaco Moratti e dai sindaci che sono venuto dopo di lei.
Un’opera che, con una galleria di tre chilometri in città, metterebbe in rete tutte le 500 stazioni (tali sono) della rete ferroviaria regionale.
Così che la Lombardia diventerebbe una grande area urbana, senza conoscere il fenomeno della conurbazione e della congestione. Con un contributo eccezionale alla riduzione dell’inquinamento.
Così come si è fatto con il Primo passante ferroviario, che oggi diamo per scontato, pensato e voluto dal Comune di Milano fin dalla fine degli anni ‘60, e poi imponendo la partecipazione finanziaria alla Regione e allo Stato centrale, con i loro rispettivi 30% di contributi.
Dimostrazione che se il Comune vuole, le cose le può fare, nella migliore tradizione ambrosiana andando ben oltre le proprie competenze pietrificate.
3. Garantire il diritto alla casa.
A fronte dei tanti favori fatti al grande capitale finanziario e immobiliare, Milano deve affrontare oggi una delle più gravi crisi sociali della sua storia recente. La narrazione della città ricca e alla moda si scontra con una realtà fatta di emarginazione, povertà e emergenza abitativa. Con un evidente peggioramento delle condizioni di vita di molte famiglie.
Una delle responsabilità maggiori? Non aver fatto pressoché nulla per dare una casa dignitosa a chi non ce l’ha, e non aver fatto nulla per soddisfare la domanda pregressa per tutti coloro che da anni aspettano nelle liste d’attesa e non hanno le risorse individuali per acquistare o affittare una casa sul libero mercato.
Perché Milano da anni non applica la legge 167 del 1962 che pur sarebbe obbligata ad applicare per mettere a disposizioni aree adeguate alla realizzazione di edilizia economica e popolare, edilizia sovvenzionata o agevolata? Legge che non è mai stata abrogata, nonostante quello che pensano gli assessori e i consiglieri comunali. Così recita l’art.1: “I Comuni con popolazione superiore ai 50.000 abitanti o che siano capoluoghi di Provincia sono tenuti a formare un piano delle zone da destinare alla costruzione di alloggi a carattere economico o popolare, nonché alle opere e servizi complementari, urbani e sociali, ivi comprese le aree a verde pubblico.”
Così come, Milano non ha alzato nemmeno un dito nel 2009 per difendere un consorzio glorioso come il CIMEP (Consorzio intercomunale milanese per l’edilizia popolare), che tanto aveva fatto in passato per coordinare alla scala metropolitana la realizzazione di interventi di edilizia pubblica.
Una politica della casa che con l’housing sociale e con l’edilizia privata a canone calmierato non c’entra assolutamente nulla.
Oggi è arrivato il momento di dire: il pubblico faccia il pubblico, il privato faccia il privato. Perché sperare che il privato possa fare interventi dignitosi a basso prezzo è una pia illusione. Anzi un imbroglio.
Con questa logica, a Milano non solo non abbiamo più realizzato importanti interventi di edilizia economica e popolare, ma siamo di fronte al tentativo di alienare l’antico patrimonio, quello realizzato nei quartieri ancora civilissimi dei primi anni del ‘900, realizzati dalla Società Umanitaria, o dalle amministrazioni degli anni ’50 e ’60 secondo un principio che è andato perduto: decoro degli alloggi, decoro dei fabbricati, decoro dei quartieri. Vanificando così anche l’impegno cooperativistico per la casa non solo come diritto, ma come servizio sociale.
4. Garantire a tutti il diritto alla città pubblica.
Diritto alla qualità urbana, diritto alla qualità della vita, diritto al benessere e alla salute, in una città in cui i nostri amministratori non sanno neppure di essere, in virtù della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, i primi responsabili della salute sul proprio territorio.
Vogliamo una città che ritorna a fare urbanistica? Allora partiamo delle persone, non dal denaro. Partiamo dalla salute, dal tema del benessere, della salubrità degli edifici e dei quartieri. Ripartiamo dall’urbanistica moderna che nasce proprio a metà del 18esimo secolo, in coincidenza con la prima rivoluzione industriale, quando in Europa imponenti flussi migratori riempivano le grandi città, Londra e Parigi in particolare, e occupati o disoccupati vivevano in condizioni igieniche penose. In condizioni non molte diverse da quelle in cui si vive oggi in alcuni nostri quartieri.
Partiamo dalla qualità urbana, che è questione non molto distante dal tema della forma e dalla bellezza della città.
Ma la forma della città, anche nel confronto con la città storica non può essere quella che il grande architetto Vittorio Gregotti ha definito “un grattacielificio”, realizzato anche forzando le regole chiarissime della legislazione urbanistica.
Un modello di un provincialismo disarmante, fatto per copiare simbolicamente la forma delle più grandi metropoli capitalistiche del mondo.
In netto contrasto con una Milano che ha conosciuto la “magnificenza civile” del XIX secolo, che reggeva nell’equilibrio complessivo fra forma degli edifici e forma della città, dove a nessuno era consentito di strafare.
Là dove anche l’iniziativa privata doveva fare i conti con la città pubblica, con l’ambiente e il paesaggio, con interventi strutturali come la realizzazione dei grandi parchi urbani e i viali alberati (non le frattaglie improvvisate della più recente urbanistica tattica).
Una città bella, insieme alla presenza dell’acqua e dei suoi Navigli, unici nel loro genere, che oggi potrebbero essere riaperti per realizzare un grande progetto ambientale ed ecologico, un corridoio verde e azzurro di ventilazione naturale, un sistema al quale collegare parchi, giardini, nuove strade alberate e nuovi spazi pubblici. L’igiene e la bellezza come condizione di eguaglianza.
Quando la politica si accorgerà che solo una città bella per tutti è anche una citta giusta?
Roberto Biscardini (Arcipelago)
Milano Post è edito dalla Società Editoriale Nuova Milano Post S.r.l.s , con sede in via Giambellino, 60-20147 Milano.
C.F/P.IVA 9296810964 R.E.A. MI – 2081845