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Tra tre mesi scopriremo che Milano era governata dal centrodestra

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Tra tre mesi scopriremo che negli ultimi quindici anni Milano è stata governata dal centrodestra. Sarà una rivelazione improvvisa, collettiva e soprattutto molto conveniente. La città espulsiva, gli affitti impossibili, le periferie dimenticate, la sicurezza evaporata, i negozi di vicinato scomparsi e i servizi incapaci di seguire il costo della vita non saranno più il risultato delle amministrazioni Pisapia e Sala. Diventeranno l’eredità di un non meglio precisato modello liberista imposto alla città da forze oscure, dal mercato e, naturalmente, dalla destra.

Il centrosinistra milanese si prepara già a candidarsi contro sé stesso. Dopo avere governato la stagione della “Milano globale”, celebrato ogni grattacielo, inseguito ogni grande evento e raccontato l’aumento dei valori immobiliari come prova del proprio successo, oggi scopre la questione sociale. Non con un’autocritica, sia chiaro. Quella sarebbe imbarazzante. Preferisce presentarsi come la forza politica chiamata a risolvere i problemi prodotti dalle proprie scelte.

Per quindici anni qualunque critica è stata liquidata come provincialismo. Chi denunciava il costo delle case non comprendeva la modernità. E Chi chiedeva più sicurezza alimentava paure. Chi parlava delle periferie non coglieva il dinamismo della metropoli. Chi difendeva commercianti e artigiani era nostalgico di una città superata. Adesso le stesse questioni vengono riciclate come fondamenti di un nuovo progressismo urbano. Casa, salari e servizi pubblici tornano improvvisamente di moda, come se fossero appena arrivati a Milano insieme ai risultati elettorali di Berlino e New York.

Il capolavoro retorico consiste nel separare il centrosinistra dal modello che esso stesso ha amministrato. Si racconta che Milano abbia proceduto con il “pilota automatico del mercato”, quasi che Palazzo Marino fosse rimasto vuoto e le decisioni fossero state prese da un algoritmo. Ma i sindaci c’erano, le giunte pure, così come le maggioranze, gli assessori all’Urbanistica, i piani di governo del territorio e le delibere. Non erano comparse: decidevano. E mentre decidevano, rivendicavano orgogliosamente ogni trasformazione della città.

Ora che quel modello mostra tutti i suoi limiti, la responsabilità viene attribuita a un’entità astratta chiamata globalizzazione. È una formula comoda: permette di intestarsi i meriti della crescita e di scaricare altrove i costi sociali. Le torri erano della giunta, gli affitti sono del mercato. I grandi eventi erano successi politici, l’espulsione del ceto medio è una tendenza internazionale. L’aumento del turismo era una conquista, la scomparsa dei negozi è un fenomeno inevitabile. A Palazzo Marino, evidentemente, si governa soltanto quando le cose funzionano.

Anche sulla sicurezza è in corso la stessa operazione. Dopo anni trascorsi a negare il problema o a ridurlo a una percezione, il centrosinistra scoprirà presto che degrado, occupazioni abusive e criminalità sono questioni sociali. Sarà tutto vero, naturalmente, tranne il dettaglio che chi governa ha anche il dovere di intervenire. La povertà va combattuta, ma non può diventare una giustificazione permanente per rinunciare alle regole e lasciare interi quartieri alla mercé di chi le viola.

La nuova narrazione è già pronta: Milano avrebbe bisogno di rompere con il passato e inaugurare una stagione più attenta alla casa, ai servizi, ai salari e alle periferie. Il candidato del centrosinistra si presenterà dunque come l’alternativa al sistema costruito dal centrosinistra, sostenuto dagli stessi partiti, dagli stessi ambienti e spesso dalle stesse persone che lo hanno governato. E lo farà senza alcuna vergogna, chiedendo altri cinque anni per riparare ai danni dei quindici precedenti.

Il punto non è negare la questione sociale. Al contrario, essa esiste ed è stata ignorata troppo a lungo. Il punto è stabilire chi abbia il diritto di presentarsi oggi come estraneo alle sue cause. Non basta cambiare vocabolario per cancellare le responsabilità. Non basta citare Berlino e New York per trasformare chi ha amministrato Milano in un osservatore esterno della propria città.

Tra tre mesi, dunque, prepariamoci alla grande scoperta: Pisapia e Sala erano liberisti di destra, il Partito democratico era all’opposizione e Palazzo Marino veniva governato dal mercato. Se questa riscrittura avrà successo, il centrosinistra potrà persino vincere promettendo di liberare Milano da se stesso. Ma almeno una domanda andrà posta: se avete capito soltanto oggi che la città espelle chi lavora, dimentica le periferie e consuma il proprio tessuto sociale, dove siete stati negli ultimi quindici anni?

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