Porta Venezia, chiude “El Paso”: quando il degrado costringe alla resa chi fa impresa

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Dopo oltre trent’anni di attività, lunedì 31 agosto ha abbassato definitivamente le serrande El Paso de los Toros, storico ristorante di via Lazzaro Palazzi e primo locale ad aver portato a Milano la cucina argentina e la tradizione della carne alla griglia. Una chiusura che non rappresenta soltanto la fine di un’attività commerciale, ma racconta il progressivo impoverimento di una città nella quale fare impresa è diventato sempre più difficile.

Inaugurato nel 1992 da una coppia argentina e rilevato nel 2007 da Davide Pascale, El Paso era diventato un punto di riferimento per la comunità argentina, per gli abitanti di Porta Venezia e per generazioni di milanesi. Dietro la decisione di chiudere ci sono l’aumento dei canoni di locazione, la concorrenza dei nuovi format e le restrizioni imposte dal Comune agli esercizi pubblici. Ma c’è soprattutto il peggioramento delle condizioni di sicurezza e vivibilità del quartiere.

Lo stesso Pascale ha raccontato una Porta Venezia profondamente diversa da quella di qualche anno fa. Una zona che aveva conosciuto una stagione positiva, caratterizzata da locali, ristorazione internazionale e vita notturna, ma che oggi deve fare i conti con degrado, insicurezza e gruppi che entrano nei locali non per divertirsi, ma per creare problemi e commettere reati. Una situazione che allontana la clientela, esaspera i residenti e rende sempre più pesante il lavoro degli esercenti.

«La chiusura di El Paso è una sconfitta per tutta Milano e non può essere liquidata come una normale conseguenza del mercato», dichiara Lorenzo La Russa, consigliere di Municipio e residente nella zona. «Quando un imprenditore che ha lavorato per quasi vent’anni nello stesso locale arriva alla conclusione di non poter più continuare anche a causa del degrado e dell’insicurezza, la politica ha il dovere di ascoltare. Pascale non chiude perché non ha saputo fare il proprio mestiere: chiude dopo avere costruito un’attività conosciuta e apprezzata, capace di attraversare oltre tre decenni di trasformazioni della città. A piegarlo è un contesto che l’amministrazione comunale non è stata capace di governare».

«Conosco bene questa zona perché qui vivo», prosegue La Russa. «Non parliamo di percezioni inventate o di allarmismo politico, ma di una trasformazione visibile quotidianamente. I residenti incontrano degrado, rumore, comportamenti aggressivi e situazioni di illegalità; gli imprenditori devono sostenere costi sempre più elevati mentre vedono diminuire la clientela e aumentare i problemi. La Giunta continua a riempire Milano di divieti, regolamenti e limitazioni, ma non riesce a garantire la condizione essenziale per una città europea: poter camminare, vivere e lavorare in sicurezza».

«È inaccettabile che siano proprio gli imprenditori onesti a pagare il prezzo dell’incapacità politica del sindaco Sala e della sua maggioranza. Chi apre ogni mattina, assume personale, paga imposte e affitti e tiene accese le luci di una strada dovrebbe essere considerato un presidio da difendere. Invece viene lasciato solo, stretto tra burocrazia, costi crescenti e un degrado che l’amministrazione sembra ormai considerare inevitabile. Milano non può definirsi una città del primo mondo soltanto quando ospita eventi internazionali o inaugura nuovi grattacieli. Lo è se riesce a tutelare la vita quotidiana dei suoi quartieri e il lavoro di chi produce ricchezza».

La vicenda di El Paso dimostra quanto sia sbagliato considerare sicurezza e sviluppo economico come due questioni separate. Dove le persone non si sentono tranquille, la clientela si allontana. Dove il degrado viene tollerato, gli investimenti diminuiscono. Dove le attività storiche chiudono, intere vie perdono identità e presidio sociale.

Al posto del ristorante argentino arriva un nuovo locale etnico, ma il problema non riguarda la nazionalità della cucina che verrà proposta. Riguarda la perdita di un’impresa che aveva costruito una storia, una clientela e un legame con il quartiere. Milano dovrebbe essere una città capace di attirare nuove attività senza espellere quelle che da decenni contribuiscono alla sua economia e alla sua identità.

El Paso ha chiuso ringraziando chi lo ha scelto per una cena, una festa o una serata diventata un ricordo. Alla Giunta resta invece una domanda molto meno nostalgica: quante altre serrande dovranno abbassarsi prima che il degrado smetta di essere negato e torni a essere combattuto?

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