Il robot ha già le chiavi di casa?

Scienza e Salute

A Pechino un robot ha corso i cento metri in 8,64 secondi.

Un altro ha percorso i 1.500 metri in 2 minuti e 21 secondi.

Hanno giocato a calcio, combattuto, sollevato pesi, ballato.

Sono i World Humanoid Robot Games, le Olimpiadi dei robot umanoidi appena concluse a Pechino: 2.056 robot, 666 squadre provenienti da 16 Paesi e cinquantuno eventi.

Numeri impressionanti. Eppure, probabilmente, abbiamo guardato la gara sbagliata.

Perché il robot del quale dovremmo occuparci non è quello che corre più veloce di noi.

È quello che, mentre guardavamo la gara, stava imparando a rifare il nostro letto.

La vera Olimpiade si è disputata in un appartamento.

Lontano dalle tribune dell’Ice Ribbon, lo stadio costruito per le Olimpiadi invernali di Pechino 2022, altri robot affrontavano prove decisamente meno spettacolari.

Piegare i vestiti. Fare il bucato. Riordinare il soggiorno. Rifare un letto.

Ritirare un pacco arrivato improvvisamente alla porta e poi riprendere il lavoro interrotto.

Per la prima volta, alcune prove domestiche dei World Humanoid Robot Games si sono svolte in un vero appartamento.

Ed è  questa, a mio parere, la notizia più importante.

Perché correre cento metri significa dimostrare che una macchina possiede velocità ed equilibrio.

Riordinare una casa significa qualcosa di molto diverso. Significa comprendere il nostro ambiente.

Una sedia spostata. Una maglietta lasciata sul letto. Un bicchiere sul tavolo. Il campanello che suona.

Una persona che entra nella stanza.

Sono dettagli insignificanti per noi.

Per una macchina rappresentano il passaggio dal laboratorio alla vita.

E se il prossimo elettrodomestico avesse due braccia e ci osservasse?

Abbiamo accolto nelle nostre case frigoriferi intelligenti, assistenti vocali, videocamere, televisori connessi.

Ma un robot umanoide introduce qualcosa di completamente diverso.

Non resta fermo.

Si muove dentro la nostra intimità.

Per poterci aiutare deve vedere. Per eseguire un ordine deve ascoltare. Per riconoscerci deve identificarci. Per diventare più efficiente deve imparare. E per imparare deve raccogliere informazioni.

Il robot domestico potrebbe così conoscere ciò che nessun singolo dispositivo oggi conosce interamente di noi.

A che ora ci svegliamo.

Chi dorme in quale stanza.

Quando la casa rimane vuota.

Chi viene a trovarci.

Dove conserviamo i medicinali.

Che cosa mangiamo.

Come ci muoviamo.

Con chi parliamo.

Forse persino quando litighiamo.

A quel punto la domanda sulla privacy cambia radicalmente. Non sarà più soltanto: “Quali dati raccoglie?”

Dovremo chiederci: “Che cosa vede mentre vive con noi?”

Ma soprattutto, chi vedrà attraverso i suoi occhi?

Ritengo che sia questa la domanda che dovremmo porci prima che i robot arrivino davvero nelle nostre case.

Dove finiranno le immagini raccolte dalle loro telecamere?

Quanto verrà elaborato direttamente dal robot e quanto inviato altrove?

Per quanto tempo verranno conservate le informazioni?

Potranno essere utilizzate per addestrare altri sistemi?

E cosa accadrebbe se qualcuno riuscisse a violare quella macchina?

Un attacco informatico contro un computer può sottrarre dati. Un attacco contro un robot domestico potrebbe avere una conseguenza ulteriore.

Potrebbe trasformare qualcuno, a distanza, in una presenza dentro casa nostra.

E allora cybersecurity e privacy smetterebbero definitivamente di essere questioni soltanto digitali.

Diventerebbero sicurezza fisica.

Ed allora mi interrogo su quale sia la gara che conta davvero.

È facile sorridere guardando un robot che cade durante una partita di calcio.

È molto più difficile immaginare quello stesso robot accanto a una persona anziana che vive sola.

Potrebbe ricordarle una medicina.

Raccogliere qualcosa che le è caduto.

Chiamare aiuto.

Permetterle di rimanere autonoma più a lungo.

Ed è proprio qui che la questione diventa complessa.

Perché sarebbe troppo semplice dividere il futuro tra chi teme i robot e chi li considera meravigliosi.

La tecnologia può essere entrambe le cose.

Può restituire autonomia e contemporaneamente sottrarre privacy.

Può proteggerci e contemporaneamente osservarci.

Può diventare uno straordinario strumento di assistenza e, nello stesso momento, il dispositivo tecnologicamente più invasivo che abbiamo mai lasciato entrare nella nostra vita privata.

Per questo la vera competizione iniziata a Pechino non riguarda la velocità.

Riguarda la fiducia.

Quanto saremo disposti a farci osservare in cambio di qualcuno — o qualcosa — che si occupi di noi?

Quali stanze gli permetteremo di attraversare?

Quali informazioni saremo disposti a consegnargli?

E soprattutto: chi stabilirà il confine?

Il produttore? L’algoritmo? La legge? O noi?

A Pechino i robot hanno già imparato a tagliare il traguardo.

Adesso stanno imparando ad attraversare una soglia.

La nostra.

Avv. Simona Maruccio

simona@maruccio.it

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