Il campo largo all’ombra della Madonnina conferma la sua nota fragilità: basta un’intervista a mezzo stampa per trasformare la presunta concordia progressista in un ring di periferia. A imbracciare la sciabola questa volta è il Movimento 5 Stelle, che pare non aver resistito alla tentazione di sacrificare il galateo di coalizione sull’altare di un po’ di sana visibilità mediatica.
In un’intervista rilasciata a Il Giornale, Stefano Buffagni — coordinatore regionale pentastellato con un passato da sottosegretario e viceministro — ha stilato un bilancio a dir poco severo dei dieci anni a guida Giuseppe Sala. Un’analisi talmente impietosa da far pensare che il sindaco di Milano si sia meritato un gradimento ai minimi storici perfino tra i suoi presunti compagni di viaggio.
L’affondo di Buffagni prende direttamente di mira i fiori all’occhiello dell’amministrazione meneghina, smontando pezzo per pezzo il narrazionismo del “modello Milano”. La sicurezza cittadina viene definita senza mezzi termini un problema oggettivo e irrisolto, mentre le politiche urbanistiche finiscono sul banco degli imputati con l’accusa di aver paralizzato lo sviluppo sostenibile per favorire i soliti noti dell’edilizia speculativa.
Neppure la gestione della transizione ecologica si salva dalle stoccate grilline: la cura del verde pubblico, affidata a all’esponente di Avs Elena Grandi— finita sotto la lente per progetti dall’impatto visivo discutibile, come il tanto strombazzato restyling di Piazza San Babila — viene liquidata come un’operazione “imbarazzante”, dimostrando come si possa essere “Verdi di nome ma decisamente non di fatto”.
Con lo sguardo già rivolto ai futuri equilibri politici per le prossime amministrative, il M5S decide di alzare ulteriormente la posta e lanciare un avvertimento dal sapore di aut-aut al Partito Democratico. La ricetta pentastellata per il futuro non prevede sconti: via qualsiasi ipotesi di continuità con la giunta uscente e stop alle ambizioni dei fedelissimi del primo cittadino, a partire dalla vicesindaca Scavuzzo, invitata senza troppi complimenti a fare un pizzico di sana autocritica. Per condire il tutto, Buffagni blinda la coalizione a sinistra chiudendo ermeticamente la porta a Carlo Calenda e ad Azione, liquidati come estranei alle dinamiche milanesi. Un’uscita a gamba tesa perfetta per conquistare i titoloni dei giornali, ma che lascia la maggioranza a gestire l’ennesimo, rumoroso cortocircuito tattico.
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