C’è un momento preciso in cui il milanese capisce che l’estate è davvero arrivata; non è il primo giorno di caldo, né il solstizio d’estate: è quella mattina in cui apre la finestra alle sei sperando di trovare un po’ di fresco… e scopre che qualcuno, durante la notte, ha acceso il phon su tutta la città.
Da quel momento non si parla più di estate: si parla di sopravvivenza!
C’è chi aspetta l’estate tutto l’anno e chi, appena arriva luglio, comincia già il conto alla rovescia per settembre.
A Milano l’estate non è una stagione: è una prova di resistenza; l’asfalto sembra voler competere con il deserto del Sahara, gli autobus assomigliano a saune itineranti, e gli appartamenti, verso sera, trattengono il calore con una fedeltà che farebbe invidia a una stufa a legna.
Ed è proprio in questo periodo che noi milanesi sviluppiamo capacità straordinarie: diventiamo meteorologi, strateghi, equilibristi, e, soprattutto, esperti di sopravvivenza urbana.
La giornata comincia all’alba.
Alle sei in punto si spalancano tutte le finestre di casa con la precisione di un’operazione militare; c’è uno spazio temporale, è proprio il caso di dirlo, di dieci, forse dodici minuti durante i quali entra un’aria quasi fresca.
Alle 6.13, puntuale come una cartella dell’Agenzia delle Entrate, il caldo riprende possesso della casa, e la missione può considerarsi conclusa.
Qualcuno prova persino a rimettersi a letto, sperando di strappare un’altra mezz’oretta di sonno, ma è un’illusione che dura poco: ci si alza, ci si fa una doccia tiepido/fredda, si fa colazione in fretta, e ci si veste il più velocemente possibile, nel disperato tentativo di conservare quella piacevole sensazione di freschezza…dura più o meno il tempo necessario per infilarsi le scarpe e uscire di casa.
A quel punto arriva il primo dilemma della giornata: auto o mezzi pubblici?
Si sceglie l’auto con un certo ottimismo; si apre la portiera, ci si accomoda… e si appoggia una mano sul volante; errore fatale: in quell’istante si scopre che il volante è diventato una piastra per bistecche, e che la cintura di sicurezza potrebbe tranquillamente essere classificata come strumento di tortura medievale.
Si richiude la portiera con dignità, e ci si dirige verso la fermata dell’autobus.
L’autobus arriva, o almeno, arriva qualcosa che gli assomiglia; quando le porte si aprono, una corrente d’aria calda investe i passeggeri con l’entusiasmo di un forno ventilato, e dopo poche fermate diventa impossibile capire se si sta andando in ufficio o se si è stati invitati a un corso intensivo di sauna finlandese!
Quando finalmente si arriva al lavoro, ci si sente quasi degli eroi; abbiamo sconfitto il traffico, evitato un colpo di sole, e siamo riusciti ad arrivare senza sembrare reduci da una maratona nel Sahara. Poco importa se ci aspettano riunioni, telefonate, clienti, colleghi o qualche grana dell’ultimo minuto: davanti a un condizionatore acceso siamo pronti ad affrontare qualsiasi cosa…persino il lunedì.
Anche la palestra, incredibilmente, acquista un fascino del tutto nuovo. In inverno trovare la voglia di uscire per fare attività fisica richiede uno sforzo di volontà non indifferente; in estate, invece, tapis roulant, cyclette e pesi passano quasi in secondo piano: il vero motivo per cui ci andiamo è l’aria condizionata, l’allenamento è solo un piacevole effetto collaterale.
Ma, come tutte le cose belle, anche questa ha una fine, e si torna a casa.
L’autobus del rientro riesce nell’impresa di essere ancora più caldo di quello del mattino; a confronto, la sauna finlandese offre almeno un asciugamano e qualche goccia di olio essenziale.
Una volta rientrati, ci aspettano le piante sul balcone, che in questi giorni bevono più di noi e sembrano guardarci con aria di rimprovero se tardiamo ad annaffiarle.
Il pavimento del balcone, ahimè, è ormai ufficialmente classificato come superficie adatta alla cottura della piadina: basta mettere un piede scalzo fuori dalla porta per improvvisare una danza tribale che nessuno ricorderà con orgoglio.
La doccia serale non è più un gesto d’igiene personale: è una vera e propria scelta di vita.
Ci si resta finché qualcuno non comincia a bussare alla porta del bagno, o il boiler decide che la nostra vacanza termale è finita; e quando l’acqua, improvvisamente, diventa fredda, invece di lamentarci quasi la ringraziamo.
Poi arriva il momento del divano: c’è chi accende il condizionatore e chi, per principio o per prudenza, preferisce il ventilatore; quest’ultimo, dopo qualche ora di lavoro, assomiglia a quell’amico pieno di buona volontà che ce la mette tutta, ma non può fare miracoli.
Non rinfresca più, si limita a spostare l’aria calda da una parte all’altra della stanza con grande impegno, ma con risultati piuttosto discutibili: lui continua a girare con grande convinzione, tu continui a sudare con altrettanta convinzione.
E infine arriva la notte.
Ci infiliamo sotto il lenzuolo convinti che, questa volta, riusciremo finalmente a dormire coperti.
Alle tre del mattino il lenzuolo è misteriosamente scomparso; lo ritroveremo il giorno dopo tra il letto e il comodino, mentre noi siamo impegnati nella disperata ricerca dell’unico angolo ancora fresco del materasso.
Ma l’estate milanese è fatta anche di piccoli momenti di felicità.
Entrare al supermercato e fermarsi quasi in contemplazione davanti al bancone dei surgelati, fingendo di scegliere i piselli, quando in realtà si sta semplicemente godendo dell’aria fresca. Se qualcuno ti chiede se hai bisogno di aiuto, rispondi che stai ancora valutando, da ben cinque minuti!
Oppure infilarsi in un negozio con la scusa di dare un’occhiata alle vetrine; che ci interessi davvero comprare qualcosa è un dettaglio secondario: la vera attrazione è quel meraviglioso getto d’aria condizionata che ci accoglie appena oltre la porta.
In estate impariamo persino a classificare i luoghi in base alla qualità del climatizzatore: centro commerciale, cinque stelle; biblioteca comunale, ottimo rifugio; farmacia… un paradiso terrestre!
Se poi abbiamo un cane, scopriamo che anche lui ha idee molto chiare; all’ora più calda si sdraia sul pavimento e ci guarda come per dire: “La passeggiata? Se proprio ci tieni, vai pure. Io ti aspetto qui.”
E il gelato? Con questa calura goderselo in tempo utile è una sorta di corsa contro il tempo: comincia a sciogliersi ancora prima di essere stato pagato. Nei casi più critici conviene sempre essere in due: uno passa alla cassa, l’altro cerca disperatamente di salvare i coni dal collasso…
Poi c’è anche chi, con coraggio ammirevole, decide di fare una passeggiata alle tre del pomeriggio; dopo cinquanta metri ha già capito che non era un’idea brillante e, dopo cento, comincia a chiedersi perché non sia rimasto tranquillamente sul divano con un ventilatore puntato in faccia.
Infine, c’è la ricerca dell’unica panchina all’ombra del parco; la individui in lontananza, acceleri il passo con la discrezione di un predatore e, proprio mentre stai per raggiungerla, qualcuno si siede un secondo prima di te.
È una delle grandi delusioni dell’estate cittadina…
Però, in fondo, la vera stranezza è un’altra.
Molti rinunciano alle ferie di agosto: troppa gente, troppo traffico, spiagge affollate, e prezzi che sembrano aver preso un colpo di sole, lievitati peggio di un panettone.
Così si resiste eroicamente per settimane nella città arroventata, contando i giorni che mancano alla partenza.
Poi arriva settembre; si fanno le valigie e si parte finalmente per le agognate vacanze… proprio mentre Milano ricomincia lentamente a respirare. Le sere diventano più fresche, le finestre tornano a restare aperte senza trasformare la casa in un forno, qualche temporale riporta un po’ di sollievo, e la città ritrova un ritmo più “gentile”.
Insomma, sopportiamo il caldo peggiore per mesi e mesi, per partire esattamente quando Milano ricomincia a essere vivibile?
È un piccolo paradosso che si ripete ogni anno.
Ma forse è anche questo il bello dell’estate milanese; ci lamentiamo, sbuffiamo, promettiamo che l’anno prossimo faremo diversamente, e giuriamo a noi stessi che non resteremo mai più in città a luglio o agosto.
E poi, puntualmente, ci ritroviamo ancora una volta alle sei del mattino, davanti alle finestre spalancate, a sperare che quel lieve soffio d’aria fresca duri qualche minuto in più.
Perché, in fondo, noi milanesi siamo fatti così: ogni estate diciamo di non poterne più… e ogni settembre, quasi senza accorgercene, siamo già pronti a raccontarla sorridendo.

