Un team di ricerca internazionale ha scoperto che una pratica quotidiana semplice e accessibile a tutti è associata a una riduzione del rischio di demenza del 39%. Lo studio, che ha coinvolto circa 11.000 persone dai 70 anni in su (la fascia di popolazione più esposta a questa condizione neurodegenerativa, la cui forma più diffusa è il morbo di Alzheimer), è stato pubblicato sulla rivista scientifica Geriatric Psychiatry.
I partecipanti facevano parte di due storici e importanti progetti di ricerca longitudinali: lo studio ASPREE (ASPirin in Reducing Events in the Elderly) e l’ASPREE Longitudinal Study of Older Persons (ALSOP). Al momento dell’inizio del periodo di follow-up, nessuno dei soggetti coinvolti soffriva di patologie cognitive.
Il potere della musica sulla mente
L’abitudine in questione è l’ascolto costante e continuativo della musica. La ricerca è stata guidata dagli scienziati australiani dell’Università Monash di Melbourne (in particolare dalla Facoltà di Salute pubblica e Medicina preventiva), che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Divisione di Medicina Geriatrica e Palliativa dell’Hennepin Healthcare di Minneapolis e del Rush Alzheimer’s Disease Center del Centro Medico dell’Università Rush di Chicago.
Dall’incrocio dei dati clinici e statistici sono emersi benefici netti per chi pratica costantemente attività legate alla musica rispetto a chi lo fa raramente, a volte o mai:
-
Ascolto continuo di musica: associato a una riduzione del 39% del rischio di demenza e del 17% del rischio di declino cognitivo generale.
-
Suonare uno strumento: associato a una riduzione del 35% del rischio di demenza (curiosamente, una percentuale leggermente inferiore rispetto al solo ascolto).
-
Suonare e ascoltare musica insieme: associato a una riduzione del 33% del rischio di demenza e del 22% del rischio di declino cognitivo senza demenza.
In generale, gli appassionati di musica hanno ottenuto punteggi stabilmente superiori nei test di memoria e concentrazione, dimostrando una maggiore resilienza all’invecchiamento cerebrale.
Un legame ancora da approfondire
Come dichiarato in un comunicato stampa dalla coordinatrice dello studio, la dottoressa Emma Jaffa, questi risultati suggeriscono che le attività musicali potrebbero rappresentare una strategia accessibile ed economica per mantenere la salute cognitiva negli anziani.
Tuttavia, gli autori (tra cui la ricercatrice Joanne Ryan) invitano alla cautela: si tratta di uno studio osservazionale di associazione. Questo significa che la ricerca evidenzia una forte correlazione statistica, ma non può dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto. Non si può escludere, per esempio, l’effetto inverso: ovvero che siano le primissime fasi latenti della demenza a ridurre spontaneamente il desiderio di ascoltare musica nelle persone. Saranno quindi necessari futuri studi controllati e randomizzati per confermare l’effettivo potere scudo di questa attività.
Mantenere la mente attiva resta comunque una raccomandazione cardine dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Come ricordato anche dal dottor Benjamin Boller, esperto di neuroscienze cognitive presso l’Università del Quebec (Canada) in un articolo su The Conversation, stimoli complessi come la musica, i giochi da tavolo (come gli scacchi) o il volontariato aiutano a mantenere il cervello impegnato e a favorire la socialità.
I dettagli completi della ricerca sono consultabili sulla rivista scientifica Geriatric Psychiatry con il titolo originale: “What Is the Association Between Music-Related Leisure Activities and Dementia Risk? A Cohort Study”.
Milano Post è edito dalla Società Editoriale Nuova Milano Post S.r.l.s , con sede in via Giambellino, 60-20147 Milano.
C.F/P.IVA 9296810964 R.E.A. MI – 2081845