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Lo Stato perde contro se stesso

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La sentenza d’appello sul caso di Fares Bouzidi lascia una sensazione difficile da ignorare: quella di uno Stato che finisce per combattere contro se stesso.

La Corte d’Appello di Milano ha ridotto da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi la condanna per resistenza a pubblico ufficiale nei confronti del giovane che, alla guida dello scooter inseguito dai carabinieri per chilometri nella notte in cui perse la vita Ramy Elgaml, aveva scelto di non fermarsi all’alt imposto dalle forze dell’ordine. Sono stati inoltre dimezzati i risarcimenti riconosciuti ai sei carabinieri costituiti parte civile, scesi da 2.000 a 1.000 euro ciascuno. Secondo quanto riportato dalle cronache giudiziarie, il collegio avrebbe inoltre escluso la condanna alle spese in ragione della sostanziale soccombenza delle parti civili.

Naturalmente le sentenze si rispettano. Ma il diritto di criticarle appartiene a ogni cittadino libero.

Perché qui emerge una contraddizione profonda che attraversa ormai da anni una parte della giustizia italiana. Tutto il garantismo possibile viene concentrato sull’autore della condotta illecita, mentre sempre meno tutela sembra rimanere per chi rappresenta lo Stato o per chi si trova costretto a difendere sé stesso e i propri beni.

Bouzidi ha ammesso di aver sbagliato. Ha dichiarato che, potendo tornare indietro, si fermerebbe. È un’affermazione importante. Ma resta un fatto incontestabile: se quella notte lo scooter si fosse fermato all’alt dei carabinieri, Ramy Elgaml sarebbe probabilmente ancora vivo. L’inseguimento non nasce da un capriccio delle forze dell’ordine. Nasce dalla decisione di sottrarsi al controllo dello Stato.

Eppure, mentre la posizione dell’autore della fuga viene progressivamente alleggerita attraverso attenuanti, riduzioni di pena e ridimensionamento delle conseguenze economiche, il carabiniere che stava svolgendo il proprio servizio si trova oggi a dover affrontare un processo per omicidio stradale per “eccesso colposo nell’adempimento del dovere”.

È qui che emerge il paradosso.

Chi fugge da un controllo riceve comprensione. Chi quel controllo cerca di effettuare rischia anni di processo.

Non si tratta di invocare uno Stato di polizia né di abolire le garanzie processuali. Le garanzie sono il fondamento dello Stato di diritto. Ma una democrazia sana deve saper distinguere tra chi genera il rischio e chi interviene per contrastarlo. Tra chi viola la legge e chi è chiamato ad applicarla.

Quando questa distinzione si attenua fino quasi a scomparire, il messaggio che arriva ai cittadini è devastante: assumersi responsabilità, indossare una divisa, intervenire per fermare un reato o semplicemente difendersi può diventare più rischioso che commettere l’illecito stesso.

Per questo il caso Bouzidi va oltre la singola vicenda processuale. Diventa il simbolo di una giustizia che appare sempre più sbilanciata. Una giustizia che sembra aver esaurito tutto il proprio garantismo nei confronti dell’imputato e che non riesce più a trovarne una sola goccia per chi rappresenta lo Stato.

Queste sono le lacune che una parte degli italiani sperava di correggere con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati del 24 marzo. Ma ancora una volta ha prevalso l’idea che il problema non esista, che il sistema sia sostanzialmente infallibile, che chi giudica debba restare sostanzialmente immune dalle conseguenze dei propri errori.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Uno Stato che non riesce più a proteggere chi lo serve finisce per indebolire sé stesso. E quando lo Stato perde contro se stesso, alla fine perdono tutti i cittadini che credono nel diritto, nella responsabilità e nella certezza delle regole.

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