Sono arrivata a Vancouver per un motivo che non ha nulla a che vedere con il calcio.
Sono qui per assistere alla graduation di mia figlia Francesca. Una cerimonia che segna la fine di un percorso e l’inizio di un altro.
Eppure, in questi giorni, è impossibile non accorgersi che la città è immersa, per la prima volta, in un grande evento.
Vancouver è una delle città ospitanti della FIFA World Cup 2026.
Tra pochi giorni tenterò anch’io di entrare in uno stadio per assistere a una delle partite del Mondiale.
Ma osservando i preparativi, i sistemi di accesso, le applicazioni dedicate ai tifosi, le infrastrutture digitali e le tecnologie che accompagneranno l’evento, mi sono resa conto che la partita più interessante potrebbe non essere quella che si gioca sul campo.
Potrebbe essere quella che si gioca attorno ai nostri dati.
Per decenni il valore economico dello sport è stato misurato attraverso i diritti televisivi, gli sponsor, il merchandising e la vendita dei biglietti.
Oggi non è più così.
Ogni grande evento sportivo internazionale è diventato una gigantesca macchina di raccolta, elaborazione e analisi delle informazioni.
Acquistiamo un biglietto. Scarichiamo un’app. Utilizziamo una carta di pagamento. Accediamo alla rete Wi-Fi dello stadio. Condividiamo fotografie sui social network. Ci spostiamo con sistemi di geolocalizzazione.
Ogni azione lascia una traccia.
Presa singolarmente può sembrare insignificante.
Messa insieme a milioni di altre tracce diventa una miniera di informazioni.
Chi organizza il Mondiale non gestisce soltanto una competizione sportiva. Gestisce flussi di dati che consentono di comprendere comportamenti, preferenze, spostamenti e abitudini di milioni di persone provenienti da tutto il mondo.
È qui che il calcio incontra il diritto delle nuove tecnologie.
Quando pensiamo alla privacy immaginiamo spesso qualcosa di individuale. Una fotografia. Un indirizzo e-mail. Un numero di telefono.
In realtà il vero valore dei dati moderni non risiede nella singola informazione. Risiede nella capacità di collegare milioni di informazioni apparentemente irrilevanti.
Un tifoso che entra allo stadio. Un acquisto effettuato prima della partita. Un percorso seguito per raggiungere l’impianto. Una foto pubblicata durante l’intervallo.
Separatamente raccontano poco. Insieme raccontano una persona.
E forse è proprio questo il paradosso della nostra epoca.
Andiamo allo stadio per assistere a ventidue giocatori che rincorrono un pallone. Nel frattempo centinaia di sistemi digitali osservano, registrano e analizzano ciò che accade attorno a noi.
Non per controllarci. Ma per comprendere come viviamo quell’esperienza.
La vera rivoluzione tecnologica dello sport non è quindi il VAR. Non sono le telecamere intelligenti. Non sono i sensori inseriti nel pallone.
La vera rivoluzione è che ogni grande evento sportivo sta diventando un laboratorio globale di raccolta e di utilizzo dei dati.
Credo che sia proprio per questo che Vancouver rappresenta così bene il nostro tempo.
Da una parte gli stadi pieni di tifosi. Dall’altra una delle aree più innovative del Nord America nel settore dell’intelligenza artificiale.
In mezzo ci siamo noi. Convinti di assistere a una partita di calcio. Quando in realtà stiamo partecipando a qualcosa di molto più grande ovvero la costruzione della società dei dati.
Avv. Simona Maruccio

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.