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Il colpo della Stresa per la Procura

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La vicenda urbanistica milanese si avvia verso un epilogo che lascia molte domande aperte e poche certezze. Una, però, appare ormai evidente: applicare norme sbagliate, persino assurde, non costituisce un reato. E non potrebbe essere altrimenti.

Le assoluzioni e i ridimensionamenti delle accuse che stanno emergendo nelle inchieste sugli interventi edilizi milanesi non rappresentano tanto una vittoria degli imputati quanto la certificazione di un equivoco che ha accompagnato per anni il dibattito pubblico. Si è cercato di trasformare in questione penale ciò che era, in realtà, un problema politico, amministrativo e culturale.

A Milano non si è assistito a un grande scandalo di corruzione. Non sono emersi sistemi di tangenti, valigette piene di denaro o reti criminali organizzate per spartirsi favori e appalti. Ciò che è venuto alla luce è qualcosa di diverso: una saldatura tra ideologia e amministrazione che ha prodotto una paralisi progressiva della capacità della città di trasformarsi e crescere.

Per anni è stata alimentata l’illusione che obiettivi come il consumo di suolo zero, l’accessibilità universale della casa e una città completamente sostenibile potessero essere perseguiti attraverso un sistema normativo sempre più rigido e complesso. Obiettivi nobili, certamente. Ma spesso trasformati in slogan politici privi di un reale ancoraggio alla realtà economica e urbanistica.

Quando la realtà ha presentato il conto, alcuni funzionari e amministratori hanno cercato di aggirare rigidità normative che essi stessi, o il sistema politico di cui facevano parte, avevano contribuito a costruire. Lo hanno fatto talvolta con arroganza, talvolta con interpretazioni discutibili, ma con finalità che appaiono molto lontane da quelle tipiche della corruzione.

È qui che emerge il vero nodo della questione. Se un sistema produce risultati disastrosi, chi ne porta la responsabilità? La risposta non può essere sempre e soltanto la Procura. Le responsabilità politiche e amministrative dovrebbero essere affrontate nelle sedi proprie della democrazia: nei consigli comunali, nelle commissioni, nelle urne.

Invece, per anni, una parte dell’opinione pubblica ha preferito delegare alla magistratura il compito di risolvere problemi che erano anzitutto politici. Una scorciatoia che si è rivelata inefficace. Oggi Milano si ritrova con cantieri bloccati, investimenti congelati, migliaia di famiglie in attesa di risposte e una città che fatica a programmare il proprio futuro.

Nel frattempo, assistiamo al consueto spettacolo di chi prova a riscrivere la storia. Capi corrente, dirigenti di partito e amministratori che oggi sostengono di essere sempre stati contrari alle scelte che hanno prodotto questa situazione. Tutti dissidenti, tutti critici, tutti profeti inascoltati. Una narrazione comoda, che evita accuratamente di affrontare il punto centrale: chi ha costruito quel sistema e chi lo ha difeso per anni.

Anche le reazioni istituzionali appaiono talvolta surreali. Le accuse di “violenza verbale” rivolte alla Procura possono forse descrivere un clima di scontro esasperato, ma non modificano la sostanza dei fatti. Se esistono responsabilità, devono essere accertate. Se non esistono reati, non si possono inventare per compensare errori politici o amministrativi.

Il risultato finale è una città sospesa. Da una parte una magistratura che vede progressivamente indebolirsi alcune delle proprie contestazioni. Dall’altra una politica che fatica a riconoscere i propri errori e a trarne le conseguenze.

Forse la lezione più importante di questa vicenda riguarda proprio il rapporto tra giustizia e democrazia. Le procure non possono sostituire il voto. I magistrati non possono correggere con le sentenze ciò che i cittadini tollerano o premiano nelle urne. Le rivoluzioni democratiche si realizzano attraverso il consenso elettorale, non attraverso il tifo per gli arresti.

Milano oggi ha bisogno di una nuova stagione di chiarezza, responsabilità e pragmatismo. Perché una città bloccata non è una vittoria per nessuno. E perché continuare a cercare nelle aule giudiziarie le risposte che dovrebbe fornire la politica significa soltanto preparare il terreno alla prossima crisi.

1 thought on “Il colpo della Stresa per la Procura

  1. Poi ha il coraggio di criticare i giudici, la magistratura, quando in realtà questi personaggi sono protetti da una ‘cupola’

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