Nuovo caso di presunto sfruttamento del lavoro nel centro di Milano. Al centro dell’inchiesta della Procura c’è il “Pina Restaurant Cafè”, situato in piazza del Duomo 22, dove secondo le accuse venivano sfruttati i dipendenti, approfittando della loro condizione di vulnerabilità. Le indagini sono scattate in seguito alla denuncia di uno dei lavoratori.
Le accuse e i dettagli dell’indagine
I fatti contestati dagli inquirenti risalgono al periodo compreso tra il 2016 e il 2019. L’avviso di conclusione delle indagini, originariamente firmato nel 2022, è stato notificato ai diretti interessati solo di recente, un ritardo accumulato a causa della cronica carenza di personale che affligge gli uffici giudiziari milanesi.
I soggetti iscritti nel registro degli indagati sono due:
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La legale rappresentante: una donna di 59 anni (G.M.T.), nota anche per essere la cugina di un ex poliziotto, poi diventato sicario per il clan di ‘ndrangheta Flachi-Trovato e successivamente collaboratore di giustizia.
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Il gestore dell’attività: un uomo di 46 anni di origine libanese, responsabile della conduzione operativa del locale.
La situazione dei lavoratori e le violazioni riscontrate
L’inchiesta ha fatto luce sulla gestione di almeno tre dipendenti stranieri, tutti giunti in Italia da poco tempo, nei confronti dei quali non sarebbero state rispettate le tutele minime del contratto nazionale del turismo. Nel dettaglio, la Procura contesta diverse tipologie di violazioni a seconda della posizione dei lavoratori:
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Il primo dipendente: inquadrato sulla carta come operaio di sesto livello con un contratto da 36 ore settimanali, l’uomo riceveva in realtà pagamenti in nero e una retribuzione del tutto sproporzionata rispetto alle ore effettive. Gli veniva inoltre negato il diritto a ferie e permessi, e sono state riscontrate violazioni totali sugli obblighi di visite mediche e corsi di formazione sulla sicurezza.
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Il secondo dipendente: nel suo caso, le contestazioni dei magistrati si concentrano quasi esclusivamente sulle gravi inadempienze legate alle normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
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Il terzo dipendente: assunto formalmente con un contratto part-time da 20 ore settimanali, secondo quanto emerso dagli accertamenti non avrebbe mai ricevuto alcuna retribuzione per l’attività svolta.
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