Alla fine è stata proprio la Grazia a trasformarsi in un colpo di Grazia. Non per Nicole Minetti, ma per il Fatto Quotidiano. Dopo settimane di articoli, servizi televisivi, sospetti e polemiche sulla decisione del Presidente della Repubblica di concedere la grazia all’ex consigliera regionale lombarda, la Procura generale di Milano ha concluso gli approfondimenti richiesti successivamente al clamore mediatico. E le conclusioni sono nette: le notizie che avevano dato origine alle verifiche “non corrispondono al vero” e non sono emersi elementi in grado di modificare il quadro già valutato dalle autorità competenti.
Un esito che pesa. Perché le verifiche erano state disposte proprio per fugare ogni dubbio sulla correttezza del procedimento che aveva portato alla concessione della grazia. Dubbi che una parte della stampa aveva trasformato in un vero e proprio caso nazionale. Ora però il risultato degli accertamenti racconta una storia diversa. La Procura generale afferma che non sono emerse irregolarità nel procedimento di adozione, che le ricostruzioni relative a presunte vicende oscure in Uruguay non hanno trovato conferma, che non risultano procedimenti penali o indagini a carico di Minetti e che le affermazioni sulle presunte feste a base di droga e sesso sono state smentite dagli elementi raccolti.
Naturalmente il diritto di cronaca e il giornalismo d’inchiesta restano pilastri essenziali di una democrazia. Ma proprio per questo motivo, quando un’inchiesta produce effetti politici e istituzionali così rilevanti, sarebbe forse opportuno interrogarsi anche sugli errori. E qui si apre una riflessione che andrebbe affrontata con umiltà, sommessamente e con il massimo rispetto per le istituzioni della Repubblica.
Perché il Quirinale, di fronte al clamore suscitato dalle ricostruzioni giornalistiche, ritenne opportuno richiedere ulteriori verifiche. Una scelta comprensibile e doverosa, ispirata al rigore e alla prudenza che devono caratterizzare ogni decisione della più alta magistratura dello Stato. Ma oggi quelle verifiche sembrano confermare esattamente ciò che la Procura generale di Milano e il Ministero della Giustizia avevano già valutato prima della concessione della grazia.
È qui che, con il massimo e assoluto rispetto per il Presidente della Repubblica e per le sue prerogative costituzionali, una riflessione potrebbe essere aperta. Se le verifiche successive confermano la bontà dell’istruttoria originaria e se le accuse che avevano generato il caso mediatico risultano prive di riscontro, allora forse occorre interrogarsi sul rapporto tra pressione mediatica e decisioni istituzionali. Non per mettere in discussione la scelta del Quirinale di approfondire ulteriormente la vicenda, ma per comprendere quanto il clamore giornalistico possa arrivare a incidere persino su procedimenti già accuratamente esaminati dagli organi competenti dello Stato.
Non è una critica alle istituzioni. Al contrario. È il riconoscimento della serietà con cui le istituzioni hanno affrontato la vicenda, sottoponendo nuovamente tutto a verifica e accettando il rischio di rimettere sotto esame una decisione già assunta. Proprio per questo il risultato finale assume un significato politico e mediatico ancora più forte. Perché la grazia concessa a Nicole Minetti è ancora lì, confermata nei suoi presupposti. Mentre a uscire profondamente indebolita da questa vicenda rischia di essere la credibilità di chi aveva trasformato quella decisione in uno scandalo nazionale.
E così, paradossalmente, la Grazia concessa a Nicole Minetti potrebbe passare alla storia soprattutto come il colpo di Grazia inflitto al Fatto Quotidiano.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.