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C’è chi sostiene che Milano abbia perso la sua identità. Chi lamenta il proliferare del cemento. Chi denuncia il degrado urbano. E poi c’è il Toro della Galleria Vittorio Emanuele II, che dopo l’ultimo restauro si è ritrovato al centro di un dibattito tanto surreale quanto simbolico: quello sulle sue ormai celebri parti anatomiche.

Le dichiarazioni del restauratore Gianluca Galli, pubblicate dal Corriere della Sera, aprono però una questione che Palazzo Marino non può liquidare con una scrollata di spalle. Se, come afferma lo stesso professionista, il lavoro non era ancora concluso quando sono state diffuse le immagini del mosaico restaurato, perché l’assessore Marco Granelli aveva annunciato pubblicamente la fine dell’intervento?

Una domanda semplice che merita una risposta altrettanto semplice.

Galli rivendica il proprio operato e spiega di aver lavorato seguendo le direttive tecniche ricevute e utilizzando esclusivamente i materiali messi a disposizione dal Comune. Non solo: sostiene che le polemiche siano nate da fotografie scattate prima della conclusione del restauro, quando le tessere dovevano ancora essere assestate, lamate e lucidate.

Se le cose stanno così, allora il problema non riguarda il restauratore. Anzi, le sue parole spostano inevitabilmente l’attenzione su chi ha autorizzato la comunicazione istituzionale di un’opera che, a detta dell’esecutore, era ancora incompleta.

Per questo Deborah Dell’Acqua, vice coordinatore di Fratelli d’Italia Milano, chiede piena trasparenza.

“Il Toro della Galleria Vittorio Emanuele II non è soltanto uno dei simboli più conosciuti di Milano, ma un pezzo della nostra storia e della nostra identità collettiva. Per questo il suo restauro deve avere un unico obiettivo: restituirlo ai milanesi esattamente com’era in origine”, dichiara Dell’Acqua.

La questione va oltre il colore delle tessere o la tonalità del marmo utilizzato. Riguarda il rapporto tra istituzioni, patrimonio storico e cittadini. Quando si interviene su uno dei simboli più fotografati e riconoscibili della città, ogni scelta deve essere motivata, spiegata e condivisa.

“Quando si mette mano a un simbolo di questo valore storico e culturale, non possono esserci interpretazioni arbitrarie o scelte che ne alterino l’aspetto originario. Il compito delle istituzioni è conservare e tramandare il patrimonio ricevuto, non modificarlo”, prosegue Dell’Acqua.

Ed è qui che emerge il nodo politico della vicenda. Perché se il restauratore ha seguito le indicazioni ricevute e utilizzato i materiali disponibili nei magazzini comunali, qualcuno quelle indicazioni le ha fornite. Qualcuno ha valutato il risultato. Qualcuno ha ritenuto opportuno annunciare ai milanesi la conclusione dei lavori.

Palazzo Marino farebbe bene a chiarire chi ha preso queste decisioni e con quali criteri.

“Chi governa Milano troppo spesso confonde innovazione e cancellazione della memoria. Una città moderna non rinnega i propri simboli: li valorizza. Difendere il Toro significa difendere l’identità di Milano, la sua storia e il rispetto dovuto ai milioni di cittadini e visitatori che riconoscono in quel mosaico uno dei simboli più amati della nostra città”, conclude Dell’Acqua.

Nel frattempo una certezza resta. Dopo anni di slogan sulla città europea, internazionale e innovativa, questa Giunta è riuscita ad aprire una polemica perfino sul Toro della Galleria.

E a giudicare dal risultato, viene da pensare che manco le palle al Toro sa fare bene questa amministrazione.

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