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Una sinistra che marcia in frantumi

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Il Primo Maggio milanese restituisce, come poche altre occasioni dell’anno, una fotografia nitida dello stato della sinistra italiana. Non quella delle dichiarazioni ufficiali o delle sintesi di partito, ma quella reale, stratificata e spesso contraddittoria che emerge nelle piazze. E ciò che si è visto tra corso Venezia, piazza della Scala, via Padova e piazzale Loreto non è un fronte coeso, bensì un arcipelago di mondi che marciano nello stesso giorno ma non nella stessa direzione.

La mattina ha messo in scena la liturgia consolidata del sindacalismo confederale. Il corteo promosso da CGIL, CISL e UIL ha attraversato il centro cittadino fino a Piazza della Scala, portando al centro parole d’ordine classiche ma aggiornate: lavoro dignitoso, salari erosi dall’inflazione, nuove tutele nell’era dell’intelligenza artificiale. Un linguaggio riformista, ancora ancorato alla mediazione e alla contrattazione, che prova a tenere insieme crescita economica e protezione sociale in un contesto segnato dal rallentamento e dall’aumento della cassa integrazione.

Nel pomeriggio, però, lo scenario cambia radicalmente. Da via Padova al parco intitolato ad Adil Belakhdim, i Cobas e le realtà più radicali hanno dato vita a un corteo esplicitamente antagonista, con slogan internazionalisti e una lettura del conflitto sociale che si intreccia apertamente con quello geopolitico. Qui il lavoro non è solo questione salariale o contrattuale, ma parte di una più ampia critica al “capitale globale” e alle guerre. È un’altra grammatica politica, incompatibile nei toni e negli obiettivi con quella del mattino.

Ancora più evidente è la frattura rappresentata dalla May Day Street Parade, partita da Piazzale Loreto e snodatasi fino a viale Varsavia. Migliaia di persone, musica elettronica, carri e slogan che mescolano precarietà, diritto alla casa, critica al “modello Milano” e opposizione ai conflitti internazionali. Qui la dimensione politica si fonde con quella culturale e identitaria, dando forma a un attivismo fluido, meno strutturato e profondamente distante sia dal sindacalismo confederale sia dalle forme più tradizionali dell’antagonismo.

Tre piazze, tre linguaggi, tre visioni del mondo. Eppure tutte riconducibili, almeno nominalmente, a quella che viene ancora chiamata “sinistra”. Il punto, però, è proprio questo: l’unità è ormai più nominale che sostanziale. Se la leadership politica può permettersi, soprattutto nelle ricorrenze simboliche come il Festa della Liberazione e il Primo Maggio, di esibire una certa compattezza, la base sociale racconta un’altra storia. Una storia fatta di segmentazioni, priorità divergenti e, sempre più spesso, reciproca incomprensione.

La distanza non è solo organizzativa, ma culturale. Da un lato c’è chi continua a parlare il linguaggio della rappresentanza e della negoziazione istituzionale; dall’altro chi interpreta la realtà in chiave sistemica, vedendo nel conflitto l’unico strumento di cambiamento; in mezzo, una galassia di movimenti che rifiutano entrambe le categorie e costruiscono nuove forme di mobilitazione. Non si tratta semplicemente di pluralismo: è una frammentazione che fatica a trovare sintesi.

Questo scenario ha implicazioni politiche rilevanti. Perché una coalizione può anche vincere le elezioni, ma governare richiede coesione, gerarchie di priorità e capacità di mediazione interna. Se la base è così divisa, se le piazze esprimono visioni incompatibili tra loro, il rischio è quello di una paralisi decisionale permanente. In caso di vittoria risicata o di pareggio, questa frattura diventerebbe immediatamente un fattore di instabilità.

Le manifestazioni del Primo Maggio, dunque, non sono soltanto un termometro del disagio sociale o della condizione del lavoro. Sono anche, e forse soprattutto, uno specchio politico. E ciò che riflettono oggi è una sinistra che continua a marciare, ma in ordine sparso. Una sinistra che condivide le date simboliche, ma non più il progetto. Una sinistra che, proprio mentre riempie le piazze, mostra tutta la difficoltà di trasformare quella presenza in una proposta di governo coerente e credibile.

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