Senza energia accessibile non c’è industria, senza industria non c’è Paese

Attualità

C’è un dato che più di altri racconta lo stato reale dell’economia italiana: il costo dell’energia. Non è un tema tecnico, non è una questione per addetti ai lavori. È la variabile che oggi determina la sopravvivenza o meno di interi settori produttivi. Il prezzo della benzina, quello del gasolio, il costo dell’energia per le imprese non sono numeri astratti: sono margini che si assottigliano, investimenti che saltano, competitività che si perde. E mentre la politica continua a discutere in termini spesso ideologici, le aziende fanno i conti con una realtà molto più concreta e molto più dura.

In questo contesto si inserisce il confronto avviato dal Ministero delle Imprese con il sistema produttivo sul tema degli incentivi alla transizione. Un passaggio che, al di là delle intenzioni, fotografa una difficoltà evidente: le imprese stanno dicendo che così non reggono. Perché la transizione energetica, così come è stata impostata, scarica sui soggetti produttivi un costo enorme in un momento in cui quei soggetti sono già sotto pressione. E non si tratta di resistenza al cambiamento, ma di sostenibilità economica. Nessuna impresa può reggere contemporaneamente costi energetici elevati, pressione fiscale significativa e l’obbligo di investimenti massicci per adeguarsi a nuovi standard.

Il problema è che questo nodo si intreccia con un quadro macroeconomico già fragile. Le stime dell’OCSE parlano di una crescita italiana debole, ben al di sotto di altre economie avanzate. Non è un caso. È il risultato di un sistema che fatica a competere perché produce a costi più alti. E tra questi costi, l’energia è quello più determinante. Quando trasportare merci costa di più, quando accendere un impianto produttivo costa di più, quando ogni passaggio della filiera è appesantito da bollette più alte, il risultato è inevitabile: si perde terreno.

È qui che emerge il vero limite del dibattito politico attuale. Si continua a parlare di obiettivi, di principi, di traiettorie, ma si fatica a fare i conti con la realtà materiale dell’economia. La competitività non è uno slogan: è il risultato di condizioni concrete. E tra queste, il costo dell’energia è centrale. Senza energia accessibile non esiste industria, e senza industria non esiste crescita, né occupazione, né tenuta sociale.

Per questo oggi la priorità dovrebbe essere una sola: ascoltare davvero le categorie produttive. Non in modo formale, non per aprire tavoli destinati a chiudersi senza conseguenze, ma assumendo fino in fondo il loro punto di vista. Perché sono loro a stare dentro il problema, a misurarlo ogni giorno, a capire dove il sistema si inceppa. E ciò che stanno dicendo è chiaro: serve un cambio di approccio, serve pragmatismo, serve una politica energetica che tenga insieme sostenibilità e competitività.

In questo quadro, anche il tema delle forniture energetiche deve tornare ad essere affrontato senza pregiudizi. Non si tratta di fare passi indietro, ma di evitare di fare passi nel vuoto. Se esistono fonti più convenienti che possono alleggerire il costo dell’energia per il sistema produttivo, queste vanno almeno discusse. Anche quando il tema è scomodo, come nel caso del gas russo. Perché il punto non è ideologico, ma economico: garantire alle imprese condizioni che permettano loro di competere.

Continuare a ignorare questo dato significa accettare un lento declino industriale. E un Paese che rinuncia alla propria industria è un Paese che rinuncia al proprio futuro.

Il prezzo della benzina e dell’energia non è un dettaglio: è ciò che decide se un’impresa resta aperta o chiude.

Oggi le aziende italiane stanno pagando costi troppo alti, mentre la crescita rallenta — lo dice anche l’OCSE. E nel frattempo si continua a parlare di transizione senza ascoltare davvero chi produce.

La verità è semplice: senza energia accessibile non c’è competitività. Senza competitività non c’è lavoro.

Serve pragmatismo. Serve ascoltare le categorie produttive. E serve riaprire senza tabù il tema delle forniture energetiche, incluso il gas russo.

Perché senza industria non c’è Paese.

Giustino D’Uva

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