C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel clima che si respira oggi nella politica italiana. Non è solo una questione di scontro, che è fisiologico. Non è nemmeno una questione di durezza, che spesso è inevitabile. È qualcosa di più radicale: la perdita del senso dell’uomo.
La vicenda della mancata commemorazione per Umberto Bossi, con il rifiuto persino di concedere un minuto di silenzio, segna un punto di non ritorno simbolico. Perché qui non siamo più nel terreno del giudizio politico, ma in quello — molto più grave — della negazione dell’umanità.
Bossi è stato un gigante della politica italiana. Un visionario che ha saputo leggere, prima di altri, una frattura profonda nel Paese. Ha dato voce a territori, identità, istanze che per anni erano rimaste ai margini del dibattito nazionale. Senza di lui, semplicemente, la storia politica degli ultimi trent’anni sarebbe incomprensibile.
Ma Bossi è stato anche un uomo. Con virtù autentiche e con difetti evidenti. Con intuizioni straordinarie e con errori altrettanto evidenti. Ed è proprio questa complessità a renderlo reale, umano, non una caricatura.
Ed è esattamente questa umanità che oggi viene negata.
Perché rifiutare un minuto di silenzio non è un atto politico: è un atto simbolico. Significa dire che quella persona non merita nemmeno il rispetto minimo che si deve ai morti. Che non esiste una soglia oltre la quale la contesa si ferma. Che non esiste più distinzione tra avversario e nemico.
Un tempo, la politica italiana — pur durissima — conservava questo limite. Ci si combatteva, anche aspramente, ma si riconosceva nell’altro un uomo, una storia, un pezzo di Paese. Oggi questo riconoscimento sembra svanito, sostituito da una logica di scomunica permanente.
E qui sta il vero problema.
Perché una politica che perde il senso dell’uomo perde anche il senso della realtà. Diventa ideologica, astratta, incapace di comprendere la complessità. E soprattutto diventa disumana.
Bossi, con tutte le sue contraddizioni, apparteneva a una stagione diversa. Una stagione in cui si poteva sbagliare, eccedere, dividere — ma restando uomini. Oggi, invece, chi pretende di ergersi a giudice morale finisce spesso per mostrare il contrario: una durezza che non è rigore, ma aridità.
E forse è proprio questo il punto più amaro.
Bossi ha avuto il demerito di perseguire il sogno secessionista di certa parte del Paese, assumendo posizioni spesso inaccettabili; eppure è stato innegabilmente un gigante della politica.
Perché si può criticare un leader, si può contestarne le idee, si può combatterne l’eredità politica. Ma quando si arriva a negare persino il rispetto per la sua morte, non si sta più facendo politica.
Si sta semplicemente smettendo di essere umani.
Giustino D’Uva, avvocato

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.