Si è svolto ieri a Milano il corteo di protesta contro la proposta di modifica dell’articolo 609 bis del Codice penale, firmata da Giulia Bongiorno. Il serpentone, partito da piazzale Medaglie d’Oro, ha raccolto circa mille persone tra sigle sindacali e associazioni della rete Di.Re. Nonostante la partecipazione, la mobilitazione ha sollevato interrogativi sull’effettiva interpretazione del testo normativo, spesso ridotto a slogan di forte impatto emotivo ma tecnicamente dibattuti.
In testa al corteo, lo striscione “Siamo resistenza” ha dato il tono a una manifestazione che ha puntato tutto sulla personalizzazione dello scontro politico, con cori diretti alla senatrice Bongiorno e cartelli dai toni perentori come “Senza consenso è stupro” o “E se poi si vendica?”. Messaggi che, pur toccando temi sensibili, sembrano talvolta scavalcare il merito giuridico della proposta per spostarsi sul piano della protesta identitaria.
La polemica sul consenso: tra protezione e interpretazione
Il fulcro della contestazione risiede nel timore che la modifica legislativa possa “spostare l’onere della prova”, costringendo la vittima a dimostrare una resistenza attiva. Una lettura, questa, difesa con forza dalla Cgil e dalle associazioni, che vedono nella riforma un “arretramento grave”.
Tuttavia, i critici della manifestazione osservano come la piazza tenda a ignorare la complessità del dibattito giuridico, che mira invece a fornire parametri più certi per l’accertamento del reato in sede processuale. Il rischio, evidenziato da alcuni osservatori, è che la narrazione del “silenzio che non è consenso” – pur condivisibile sul piano etico – possa tradursi in una semplificazione eccessiva di dinamiche giudiziarie che richiedono, per loro natura, un equilibrio rigoroso tra la tutela della vittima e le garanzie dell’imputato.
Mentre le piazze gridano al rischio di un ritorno al passato, resta aperto il confronto su quanto queste proteste siano basate su un reale pericolo di involuzione del Codice o se, invece, risentano di una polarizzazione politica che impedisce un esame sereno e tecnico della proposta Bongiorno.
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