Arrestato per furto l’autista dello scooter del caso Ramy

Milano

L’ennesimo arresto di Fares Bouzidi non è solo un fatto di cronaca nera. È un elemento che, inevitabilmente, riapre interrogativi più ampi su una storia che, fin dall’inizio, ho portato molti a leggerla in modo semplificato e ideologico.

La polizia ha arrestato ventitreenne di Vizzolo Predabissi mentre, insieme a un complice, tentava di rubare una motocicletta da circa 15mila euro. Hanno sorpreso i due mentre spingevano il mezzo e, dopo un tentativo di fuga a piedi, li hanno bloccati. Per entrambi è previsto il giudizio per direttissima.

Bouzidi è lo stesso giovane che, la notte del 24 novembre, era alla guida del Tmax coinvolto nel tragico incidente costato la vita a Ramy Elgaml. Quella notte, dopo aver forzato un controllo dei carabinieri del Radiomobile, diede origine a un inseguimento di oltre otto chilometri. Durato più di venti minuti,  si è concluso con lo schianto contro un semaforo tra via Ripamonti e via Quaranta.

Per quella fuga Bouzidi è già stato condannato in primo grado a due anni e otto mesi per resistenza a pubblico ufficiale. Sul piano penale più complesso, quello dell’incidente mortale, la Procura ha invece notificato l’avviso di chiusura delle indagini per omicidio stradale sia a lui sia al carabiniere alla guida dell’auto che seguiva più da vicino lo scooter, la cosiddetta “Volpe 40”, nonostante la consulenza tecnica del perito nominato dai pm abbia ritenuto corretto l’operato del militare.

L’inchiesta, nel tempo, si è allargata fino a coinvolgere complessivamente sette carabinieri, indagati a vario titolo per favoreggiamento, depistaggio, falso ideologico e false informazioni al pubblico ministero. Un quadro giudiziario ancora aperto, che sarà chiarito nelle aule di tribunale e non sui social.

Ed è proprio qui che l’arresto di ieri assume un significato che va oltre il singolo reato. Non per “assolvere” nessuno in anticipo, né per riscrivere una tragedia, ma per ricordare un principio elementare: la realtà è quasi sempre più complessa delle narrazioni manichee.

Forse – e si può dire senza mancare di rispetto a una vittima – anche la vicenda Ramy meriterebbe di essere analizzata con meno acrimonia automatica verso le forze dell’ordine e con maggiore attenzione ai comportamenti di tutti i soggetti coinvolti. Su quello scooter non c’erano due angeli in fuga dal male, ma due giovani impegnati in una condotta oggettivamente pericolosa, culminata in una lunga corsa notturna per sottrarsi a un controllo.

La giustizia farà il suo corso, per Bouzidi come per i carabinieri indagati. Ma il dato che emerge oggi è chiaro: trasformare una storia di criminalità, fuga e imprudenza in una favola morale a senso unico non aiuta a capire, non rende giustizia alle vittime e non rafforza la fiducia nelle istituzioni. Aiuta solo le tifoserie.

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