Olimpiadi-Invernali-2026

I seggiolini vuoti dell’Olimpiade

Milano

Sono i dettagli a raccontare davvero un evento. È una regola elementare del giornalismo: puoi analizzare un’Olimpiade con decine di articoli su sport, moda, diplomazia e geopolitica, eppure non capirla fino in fondo. Poi leggi una mail inviata dalla Fondazione a chi ha speso 2.600 euro per un biglietto e il quadro si ricompone all’istante: “Complimenti, ha appena vinto un altro biglietto”.
Non è una battuta. È una promozione. Prendi due, paghi uno. Titolo di Repubblica online.

Ed è lì che si vede tutto. Non nella retorica ufficiale, ma nei posti che restano vuoti.

Perché il problema delle Olimpiadi Milano-Cortina non è solo come vengono organizzate. È che non si riescono a riempire. Gli spalti, prima ancora della narrazione.

All’estero la leggono come l’ennesima furbata all’italiana: un’Olimpiade sparsa su centinaia di chilometri di strade di montagna, più Milano. In montagna ci sono gli impianti, ma mancano le infrastrutture di contorno. A Milano è l’opposto. Il risultato è un evento spezzato, che fatica a diventare esperienza collettiva.

La stampa tedesca ha raccontato la funivia di Cortina come simbolo dell’incertezza: pronta forse all’ultimo minuto. Milano, dal canto suo, ha finito il palazzetto dell’hockey a Santa Giulia, ma con misure che – secondo gli americani – non sarebbero nemmeno regolamentari. E intorno, il vuoto: pochi parcheggi, collegamenti fragili, accessi pensati più per il rendering che per il pubblico reale. Lo spettatore, anche quello pagante, è un corpo estraneo. Ci arriva solo se accompagnato, guidato, instradato.

Il punto, però, non è solo logistico. È politico e culturale.
L’impressione è quella di un evento incompiuto, costruito più nei tribunali che nei cantieri. Si è discusso per anni se la Fondazione fosse pubblica, privata, mista o un’entità amministrativamente fluida, mentre fuori mancavano le opere essenziali. Il trionfo della generazione ANAC: i parcheggi non si fanno, ma i timbri sono perfetti. Le ditte lavorano poco, ma i DURC sono tutti in ordine.

In questo contesto, la scelta del Comune di Milano di ridurre – o secondo alcuni di non avviare affatto – una vera campagna di comunicazione sulle Olimpiadi appare quasi coerente. Ufficialmente per risparmiare. Di fatto, per mancanza di convinzione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: metà città non è coinvolta, l’altra metà subisce. Le Olimpiadi non entrano nel tessuto urbano, non diventano racconto condiviso. Restano un corpo estraneo. E infatti i posti restano vuoti.

San Siro è il dato più eloquente. Oggi ci sono circa diecimila seggiolini non venduti. Diecimila. In una città che per anni ha raccontato se stessa come capitale degli eventi globali. E non stiamo parlando di biglietti popolari: quelli “economici” partono da 260 euro. Chi è davvero motivato non ha bisogno di promozioni. Il problema è che la motivazione, semplicemente, non c’è.

Hotel pieni, certo. Ma case vacanza vuote. Villaggio Olimpico sold out, spalti a macchia di leopardo. È una partecipazione selettiva, amministrata, fredda. Non c’è l’attesa, non c’è il desiderio. Non c’è la folla.

Milano doveva essere il motore simbolico dell’evento, come lo era stata per Expo. Ma la Milano del 2026 non è quella del 2014. In mezzo c’è stata una metamorfosi profonda. La città ha perso l’ottimismo che la faceva brillare anche quando si metteva gioielli finti per nascondere crepe reali. Oggi il Re è nudo, e a dirlo non è un bambino innocente, ma la Corte stessa. È il sistema che smaschera se stesso.

Anche perché il regno, ormai, non c’è più. Milano funziona ancora, ma per inerzia. È una città stanca, che non ha più voglia di celebrare. Che allo stadio ci va solo con gli sconti. Che non riempie, perché non sente il bisogno di farlo.

Non è disfattismo, è un dato. Come l’età che avanza: la si nega finché il corpo non smette di reggere ciò che prima era automatico. Una corsa dopo Natale. Un tutto esaurito a San Siro.

Le Olimpiadi ci sono. I biglietti anche.
Ma i posti vuoti raccontano una verità semplice e scomoda: Milano, questa volta, non si è presentata.

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